La pace è viva è lotta insieme a noi. Scomparsa da un po’ di tempo dalle prime pagine di giornali e siti web, irraggiungibile chimera del secolo Novecento, la pace, in tutte le sue possibili declinazioni, è diventata oggetto etico di studi quanto più sfuggente e articolato, proprio nel momento in cui la confusione politica attorno alle scelte di intervento militare hanno trapassato magistralmente le appartenenze politiche. Democratici o repubblicani statunitensi che fossero, progressisti o conservatori europei, centrosinistra o centrodestra italiani, gli interventi in armi per difendere la cosiddetta pace non si distinguono più per colorazione partitica.

Anche per questa possibile confusione storica, tutte le declinazioni del pacifismo, dell’antimilitarismo e della non violenza dell’Emilia Romagna, dal 1945 ad oggi, sono state brillantemente censite e sono agilmente rintracciabili nel volume di Rossella Ropa, La possibile utopia (edizioni Aspasia). Decine di sigle che dal primissimo dopoguerra ad almeno il 2003 hanno messo insieme aneliti e speranze di un mondo senza scontri armati per costruire una società pacifica e solidale.

Tema totalizzante che si declina al nazionale e si mescola ancora nel locale. Solo di recente a Bologna il Tavolo di Pace che dal 2005 coinvolge 177 associazioni, o ancora a Monte Sole (Bo), nei luoghi degli eccidi nazifascisti la Scuola di Pace nata nel 2002. Una cavalcata storico-politica umanitaria, quella del saggio in esame, che fa scorgere nell’area felsinea tutte quelle sigle che hanno animato e tutt’ora animano, non senza difficoltà, una lotta umanitaria senza confini: dalle lontane sigle di Pax Christi e Dpn (Difesa popolare nonviolenta), fino ai giorni nostri con Rete Lilliput ed Emergency, passando dalla Lega per il disarmo unilaterale (Ldu).

Tre i grandi scenari di conflitto in sessant’anni di storia mondiale a cui scuole, associazioni e gruppi pacifisti hanno risposto con cortei e manifestazioni: la guerra fredda Usa-Urss dal 1945 agli anni ottanta, gli anni novanta con le guerre nazionaliste all’interno dell’Europa, nel duemila le guerre preventive e globali contro il terrorismo islamico. “Abbiamo censito in ambito regionale, e inevitabilmente anche in ambito nazionale, le organizzazioni strettamente pacifiste, contro le guerre, contro la corsa al riarmo, contro il nucleare e contro le spese militari dei singoli stati – spiega Ropa -. Tutte con almeno tre caratteristiche comuni: tagliare trasversalmente la società a livello interpartitico, porsi obiettivi concreti, fare leva sulla mobilitazione popolare partendo da una scelta individuale consapevole sia per ragioni etiche o religiose”.

“A partire dagli anni sessanta le tecniche non violente di espressione del dissenso pacifico si sono caratterizzate in pratiche di dialogo, di disobbedienza civile e di obiezione di coscienza al servizio militare – continua Ropa -. Poi negli anni ottanta ci sono stati i primi segnali di obiezione fiscale sulle spese militari, e ancora il grande successo delle mobilitazioni dei primi anni novanta contro la guerra nel Golfo e infine i cortei immensi del 2003 contro la guerra in Iraq con oltre 3 milioni e mezzo di persone mobilitate in tutto il mondo e la famosa bandiera della pace appesa alle finestre”. Un momento di cesura infelice quello del 2003, perché poi cacciabombardieri e black hawk down sono partiti lo stesso per seminare morte e distruzione più che democrazia: “Il 2003 è stato uno shock forte per le associazioni pacifiste mondiali – aggiunge l’autrice del volume – una battuta d’arresto che sa di sconfitta”.

“Mi sembra che oggi la maggioranza dei cittadini si preoccupi solo del pane che non riesce a trovare vicino a sé, credendo che questo non abbia attinenza con le questioni mondiali”, chiosa la presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti, tra i primi sponsor di questa iniziativa editoriale che nella primavera 2014 diventerà persino una mostra fotografica di manifesti per la pace. “E’ assai rischioso pensare che chiudendosi tra le mura localistiche riusciremmo senza problemi a badare a noi stessi”.