Intorno alle tre e un quarto di pomeriggio, ora indiana, gli applausi scroscianti rompono il silenzio che per quaranta minuti aveva descritto eloquentemente la tensione all’interno del centro di controllo. Missione compiuta, il viaggio del satellite Mangalyaan (veicolo di Marte, in hindi) è iniziato senza intoppi. Il satellite è partito dalla stazione spaziale di Sriharikota, un’isola al largo dell’Andhra Pradesh, e secondo i piani raggiungerà l’atmosfera di Marte il prossimo 24 settembre, con l’obiettivo di esplorare la superficie marziana in cerca di residui di metano. Segno che sul pianeta rosso c’è stata – o forse c’è – vita.

Per l’India questo 5 novembre 2013 è una data storica, il giorno che segna l’entrata della potenza asiatica nel club di nazioni che hanno tentato di raggiungere Marte, assieme a Usa, Russia, Unione Europea, Giappone e Cina. Ma Tokyo e Pechino hanno entrambe fallito l’obiettivo, rispettivamente nel 1998 e nel 2011, proiettando quindi Delhi verso il record asiatico nelle missioni interplanetarie. Un vanto che in queste ore galvanizza il secondo paese più abitato al mondo, da sempre affetto da un profondo complesso di inferiorità verso il minaccioso vicino cinese. La missione, interamente sviluppata e realizzata dall’Indian Space Research Organization (Isro), era stata annunciata in pompa magna dal primo ministro Manmohan Singh il 15 agosto 2012, a pochi mesi dal fallimento del lancio cinese.

Da quel giorno oltre 500 tecnici dell’Isro hanno lavorato per rendere possibile un lancio a tempo record, in soli 14 mesi, unendo l’alta preparazione tecnologica indiana ai prezzi decisamente competitivi di cui gode il paese. L’intero progetto è costato infatti “solo” 4,5 miliardi di rupie, pari a 70 milioni di dollari, intorno a un sesto della spesa affrontata dagli Usa per una missione analoga. L’avventura spaziale indiana ha però attratto numerose critiche dell’opinione pubblica interna e internazionale, che giudica un vezzo insostenibile per l’economia indiana in forte contrazione concentrare così tante risorse in progetti lontani dal sentire comune. Tra povertà diffusa, mancanza di infrastrutture igieniche e una malnutrizione infantile vicina al 40%, i detrattori delle ambizioni nazionali in campo tecnologico sostengono che quei soldi potevano essere spesi meglio.

Una critica piuttosto sterile considerando i numeri entro i quali si muove l’Unione indiana. Il Food Security Bill del 2013 ad esempio, varato dall’attuale amministrazione a pochi mesi dalle elezioni del 2014, si impegna a garantire beni alimentari di prima necessità ad oltre il 65% della popolazione indiana (quasi 700 milioni di persone): una manovra che costerà alle casse di Delhi almeno 19,5 miliardi di dollari. La resa di immagine di questa Mission to Mars, come è stata descritta dai media indiani, per l’ambiente politico indiano supera di gran lunga la spesa economica sostenuta.

A pochi minuti dalla conferenza stampa dell’Isro, dove un emozionato K Radhakrishnan – il direttore dell’organizzazione spaziale indiana – si è congratulato con tutto il team presente nella sala di controllo, il candidato dell’opposizione alle politiche del 2014, Narendra Modi, ha esteso il proprio augurio per il successo della missione, un evento che “porta il paese verso nuove vette”. Anche il primo ministro Manmohan Singh, prima con un tweet dal suo account e poi con una telefonata a K Radhakrisnan, si è complimentato con tutti gli scienziati che hanno preso parte al progetto. Il satellite Mangalyaan impiegherà 299 giorni a raggiungere il pianeta rosso ma già da oggi, in India, si può iniziare a festeggiare.

di Matteo Miavaldi