Ci sta provando in tutti i modi Vasco Errani a mettere un coperchio sulla spinosa vicenda dei rimborsi regionali. Il combattivo presidente dell’Emilia Romagna ha deciso di farsi paladino dei diritti e delle prerogative dei ‘suoi’ consiglieri regionali, da proteggere e tutelare da controlli indebiti. Una determinazione che è andata fino alla Corte costituzionale. E la scorsa settimana ecco un intervento tanto discreto quanto deciso, con due emendamenti inviati alle Commissioni Lavoro e Affari costituzionali della Camera dei deputati, intente a convertire in legge il Decreto sui risparmi nella Pubblica amministrazione. Il governatore ha inviato un documento di tre pagine, che Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere, in cui ha chiesto ai deputati del Pd di procedere, di fatto, a un colpo di spugna nella normativa esistente che riguarda i controlli della Corte dei conti sulla “gestione finanziaria degli enti territoriali”. Normativa stabilita nel 2012 dal governo Monti con un decreto, il 174/2012, che mirava a dare una risposta agli scandali dei vari Fiorito o della giunta Formigoni. Dopo il clamore di Lazio e Lombardia, le inchieste sono partite ovunque. Anche nella rinomata Emilia Romagna in cui Errani governa da quasi 15 anni. Sotto la lente della Corte dei conti sono finiti 1,8 milioni di euro di spese “non a norma”. Un consigliere Idv, ad esempio, ha speso 25 mila euro in soli sei mesi; la cognata di Pierferdinando Casini, Silvia Noé, si è fatta rimborsare cene fatte per beneficienza. Il capogruppo Pd ha portato a rimborso 1.100 euro pagati per due notti in un hotel a Venezia.

Le due proposte choc del governatore
Viaggi, convegni, spese personali, computer, televisori, microonde, addirittura un asciugacapelli. La Finanza sta esaminando 30mila scontrini a partire dal 2005. Spicca il Pd con 673mila euro di ricevute contestate. Segue il Pdl, con 390mila, la Lega Nord, 193mila, l’Italia dei valori, 147mila, Sel 126mila, la Federazione della sinistra con 90mila e lo stesso Movimento 5 Stelle per 87mila euro. La bestia nera è la Corte dei conti che ha deciso di fare le pulci a ogni voce di spesa misurandone la relazione con l’attività istituzionale dei consiglieri regionali. Contro i magistrati contabili Errani è arrivato a inviare una proposta di emendamento al Parlamento presentandola come “iniziativa dei presidenti delle conferenze delle Regioni e dei presidenti dei Consigli regionali”, in questo caso Eros Brega, anche lui del Pd. Una mossa squisitamente istituzionale. Quando hanno visto la lettera i deputati democratici sono impalliditi: difficile riuscire a far passare, di questi tempi, una normativa che congela il controllo della Corte dei conti e fa decorrere la normativa solo dal 2013.

L’appiglio ideato dal presidente della Conferenza Stato-Regioni , infatti, è quello della “interpretazione autentica” degli articoli 9,10,11 e 12 del Decreto legge 174. L’obiettivo: “Chiarire i numerosi dubbi che la prima giurisprudenza della Corte dei conti, con pronunce anche radicalmente contraddittorie tra loro, ha evidenziato in relazione alla portata della nuova disciplina dei controlli sui rendiconti dei gruppi consiliari”. Con il primo emendamento si stabilisce che “la disciplina si applica a decorrere dall’esercizio 2013”. Visto che i fatti più eclatanti si riferiscono agli anni precedenti, l’effetto sanatoria appare evidente. Il secondo emendamento, invece, è ancora più risolutivo: “I rendiconti dei gruppi consiliari – si legge – hanno natura meramente amministrativa e, come tali, non sono assoggettabili al giudizio di conto davanti alla Corte dei conti”. A sostegno di questa tesi viene citato il secondo comma dell’articolo 103 della Costituzione dove si legge che “la Corte dei conti ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge”. Ora, osserva Errani, “non esiste nel-l’ordinamento alcuna disciplina legislativa speciale che prevede l’obbligo di resa del conto giudiziale a cari dei presidenti dei gruppi consiliari regionali”. I quali, pertanto, devono essere esclusi dall’assoggettabilità alla Corte dei conti. Quando si tratta di difendere prerogative che sconfinano nel privilegio si riescono a individuare codici e codicilli anche molto complessi.

Lo scontro con i magistrati contabili
La puntugliosità del presidente emiliano, però, non si è espressa solo nel tentativo di intervenire fin dentro le aule parlamentari. Alcune settimane fa, infatti, lo stesso Errani ha fatto ricorso alla Corte costituzionale a seguito di una decisione presa dall’intera Giunta emiliana. Un ricorso presentato in “conflitto di attribuzione” contestando i rilievi della Corte dei Conti come “lesivi dell’autonomia e delle competenze costituzionali della Regione”. I controlli, sostiene la giunta regionale, ci sono già stati, competono alla Regione stessa e quindi la Corte deve restarne fuori. Da parte loro, i magistrati contabili hanno sostenuto che le spese contestate non rispettano i criteri stabiliti dalla legge. Sono “rimborsabili”, infatti, solo le voci di spesa che dimostrano “un diretto collegamento con l’attività del gruppo o con quella dei consiglieri facenti parte di ciascun gruppo assembleare, essendo, inoltre, necessario che la spesa non sia riconducibile ad un’attività politica del partito di riferimento”. L’osservazione, oltre che lecita, appare dotata di un robusto buon senso. La Corte dei conti ha ritenuto, infatti, che i soldi rimborsati avrebbero dovuto trovare riscontro nella indisponibilità dei servizi messi a disposizione di consiglieri già lautamente pagati. “Gli omaggi, le regalie, i gadget” non possono essere considerati rimborsabili. Ci vuole davvero una forte ostinazione nel contestare un assunto così evidente.

Errani non è certamente solo in questa opera di difesa, anzi. Recentemente tutti i gruppi consiliari emiliani hanno voluto ribadire “che per il 2012 la regolazione della materia era quella prevista dalla legge regionale 32/97”. E quindi, dopo l’introduzione del Decreto 174, sarebbe giusto che la nuova disciplina entri in vigore dal 2013. La Corte dei Conti, dal canto suo, ha ribadito la piena legittimità dell’inchiesta perché “le sezioni stesse debbono svolgere la propria attività con riferimento al primo rendiconto redatto dopo l’introduzione del decreto legge 174 del 2012”, ossia “quello relativo all’esercizio finanziario 2012”. Lo scontro è solo alle prime battute e, visto l’attivismo dimostrato finora, Vasco Errani non si fermerà dopo il diniego del Parlamento.

da Il Fatto Quotidiano del 4 novembre 2013