Domenica scorsa, dopo la sua performance anti-monarchica (nel senso di Re Giorgio) su Raiuno, Daniela Santanchè ha sentito almeno tre volte Silvio Berlusconi per telefono. Ancora una volta, la Pitonessa ha incarnato la “falchitudine” compressa del Cavaliere, che in privato da tempo ripete cose ben peggiori e irriferibili sull’unico capo dello Stato riconfermato al Colle nella storia della Repubblica. Almeno così raccontano dalla corte di B. che fa avanti e indietro tra Villa San Martino ad Arcore e Palazzo Grazioli a Roma. È la Santanchè, sulla rete di maggiore ascolto della tv pubblica, ha ripetuto un concetto chiave degli sfoghi del Condannato: “Napolitano ha tradito il patto. Non c’è stata la pacificazione promessa. Ho votato Napolitano ma non lo rifarei”. I quotidiani della grande stampa borghese, come si diceva una volta, hanno accolto quest’accusa con imbarazzo evidente, mimetizzandola o nascondendola per non turbare il Supremo Lettore del Quirinale. Il quale, raccontano sempre dalla corte di B, subito dopo l’attacco della Pitonessa avrebbe telefonato a Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato, per “invitarlo” a una condanna senza se e senza ma della “sconsiderata accusa”. A sua volta, poi, Schifani si sarebbe messo in contatto con l’altro Renato capogruppo, Brunetta, e Fabrizio Cicchitto per coordinare l’isolamento della Pitonessa.

Ma qual è il patto tradito, in concreto? I falchi che raccolgono le confidenze di B. non hanno dubbi: “Napolitano aveva promesso la grazia motu proprio per la condanna di Mediaset”. Testuale. Diversa, invece, la versione accreditata dal Quirinale e raccolta dal Fatto: “Berlusconi voleva una sorta di perdono generale per il suo ruolo di leader in questo ventennio”. In ogni caso, ieri la Santanchè è ritornata sul luogo del delitto: “Non ho mancato di rispetto a nessuno nel dire che il presidente Napolitano ha tradito la pacificazione tra i partiti. Anche l’ultimo episodio della nomina dei senatori a vita, con la scelta di quattro personalità dell’area del centrosinistra, dimostra un atteggiamento di giocatore, più che di arbitro. Vorrei che il capo dello Stato giocasse non per una squadra ma per la tutta la nazione”.

Segno che il “tradimento” di Napolitano va di pari passo con la decadenza di Berlusconi. Una settimana fa, anche Sandro Bondi, altro falco di rango, ha messo in discussione l’onnipresenza e l’onnipotenza di Re Giorgio. Ed è questo, solo questo, il recinto in cui si consumerà la scissione del Pdl. L’asse ritrovato tra Casini, liberatosi di Monti, e Alfano, tramite il ministro Mauro, viene così riassunto da un tweet di Gianfranco Rotondi, lealista: “Quagliariello spiega che B. resta leader solo se comanda Alfano e lui resta al governo. Manca la richiesta di una quota di Mediaset”. In un’intervista, infatti, il ministro delle Riforme nonché guru delle colombe del Pdl ha spiegato che “i falchi non hanno i numeri, inutile minacciare la crisi sulla legge di stabilità”. A rispondergli, duramente, è stata la sua compagna di partito Cinzia Bonfrisco, che lo ha chiamato “apprendista stregone di formule paleo-politiche” e “dottor Stranamore del centrismo”.

E così, d’incanto, in difesa di Quagliariello , sono risorti i famigerati 24 senatori già “traditori” sulla fiducia del 2 ottobre. Tra essi: Formigoni, Sacconi, Augello, Giovanardi, Compagna e Viceconte. Di fatto un gruppo autonomo da quello del Pdl. Ritornello: “Stop ad attacchi distruttivi”. Fino a quando, allora, il Cavaliere farà da scudo a questa finta unità del suo partito? Le due fazioni continuano a marciare in direzioni opposte. E il ritorno di Casini ha alzato di nuovo il livello della tensione. Per i falchi, “Alfano, Casini e Mauro vogliono fregare il presidente promettendogli che la decadenza si voterà nel 2014, a gennaio se non febbraio”. La conferma dallo stesso leader dell’Udc: “Sulla decadenza, il Senato attenda la definizione dell’interdizione da parte della Cassazione”. Ieri, il Giornale ha pubblicato un’intervista al lealista Saverio Romano, “Anche nel Pdl c’è chi trama per una nuova Dc”, con questo distico: “Ecco ampi stralci dell’intervista concessa da Saverio Romano alla Stampa, che si è rifiutata di pubblicarla”. Al Fatto risulta che l’articolo è saltato solo per motivi di spazio, ma “la sindrome da censura” è la spia che lo scontro tra lealisti e colombe ha superato il punto di non ritorno e investe anche i media.

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre 2013