Una decisione inusuale. Sono di Anna Maria Cancellieri, ministro della Giustizia, le prime perplessità sulla decisione dei giudici di ascoltare la testimonianza del Presidente della Repubblica nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. “Io non ho letto la motivazione dell’ordinanza”, ha commentato, “e prima di fare commenti vorrei documentarmi. Certo mi lascia un po’ perplessa, ma fatemi capire. Mi sembra un po’ inusuale. Certo non ci facciamo mancare niente”.

Nel frattempo l’ufficio stampa della Presidenza della Repubblica informa che “si è in attesa di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione della testimonianza adottata dalla Corte di Assise di Palermo per valutarla nel massimo rispetto istituzionale”. Il Capo dello Stato dovrà rispondere alle domande riguardanti solo la lettera scritta dal consigliere giuridico D’Ambrosio in cui parlava di “indicibili accordi”. La corte farà testimoniare anche il presidente del Senato Piero Grasso, ex procuratore nazionale Antimafia.

Convinto della scelta invece il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo: “La testimonianza di Napolitano è pertinente come quella delle altre 175 persone citate”, ha detto ad Affaritaliani.it, “Questa mattina la corte d’assise, davanti alla quale si svolge il processo sulla “trattativa”, ha ammesso come teste il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pur fissando alcuni paletti. La politica ha un importante ruolo nella mafia, secondo Di Matteo. “Rispetto a vent’anni fa si è indebolita solo l’ala militare – spiega – la mafia continua tuttora a infiltrarsi nelle istituzioni e a condizionare le decisioni politiche, dagli enti territoriali sino ai piani alti. I politici all’apparenza sono tutti antimafia ma nella realtà si fa molto poco. Senza la politica Cosa Nostra sarebbe una banda criminale comune a tante altre”. “Lo Stato – aggiunge – dovrebbe rendersi conto della centralità del problema e punire più duramente i rapporti esterni con la mafia. Purtroppo manca una visione unitaria. Fenomeni come l’abuso d’ufficio, la turbativa d’asta o la corruzione sono solo apparentemente estranei alla criminalità organizzata. Sono invece il grimaldello che la mafia utilizza per arrivare ai piani alti”.