Si chiama voluntary disclosure. Non è un condono fiscale, né tanto meno uno scudo mascherato. Ma la possibilità di far rientrare capitali esteri illeciti frutto di evasione. Rientra in un percorso di contrasto all’evasione stimolato dall’Ocse e sempre più suggerito dalla banche estere da quando il Gafi, il dipartimento del G7 che si occupa di lotta al riciclaggio, ha equiparato i reati tributari (ovunque commessi) fra quelli considerati causa di riciclaggio. In Italia è nato un dipartimento apposito, di chiama Ucifi, Ufficio centrale per il contrasto agli illeciti fiscali internazionali. L’obiettivo è far rientrare soprattutto quelle somme all’estero da più di 10 anni o magari passate di mano per via ereditaria e, quindi, sulle quali è venuto meno (assieme a chi l’ha commesso) il carico penale.

“Non è un condono mascherato perché saranno dovute tutte le imposte evase nei periodi ancora accertabili, tenendo conto del raddoppio dei termini nel caso in cui le attività siano detenute in paradisi fiscali e dando carico al contribuente di dimostrare, esibendo la documentazione bancaria, l’origine dei fondi per superare la presunzione che i capitali non dichiarati siano formati con redditi non assoggettati a tassazione”, ha scritto in merito il Sole 24 Ore all’indomani di un convegno cui hanno partecipato tra gli altri, il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, il vice direttore generale, Marco Di Capua, il capo dell’Ucifi e l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Tutto chiaro. Ma perché l’evasore dovrebbe essere incentivato? E il sistema come funziona? Su questo vige un po’ di mistero. L’ufficio ha cominciato a entrare in attività in sordina. E soprattutto in modo sperimentale. Proprio mentre in parallelo il procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, sta lavorando su incarico del presidente del consiglio, Enrico Letta, alla revisione delle proposte di legge in materia di evasione internazionale e riciclaggio già formulate dalla commissione di studio da lui guidata sotto il governo Monti. Inclusa la possibilità di un allineamento a quanto già previsto negli Stati Uniti per chi si auto denuncia spontaneamente per il possesso di capitali all’estero e non è responsabile di reati gravi (come, ad esempio,la frode fiscale): la non perseguibilità in sede penale (semplice negli Usa dove l’azione penale non è obbligatoria).

Nel frattempo l’Ucifi sta operando nel modo meno formale possibile. Lo si intuisce anche dalla relativa circolare che, a differenza di molte altre firmate Agenzia delle Entrate, non entra nei particolari. “All’Ucifi viene affidato il compito di sperimentare l’azione di contrasto nello specifico Settore – si legge nella circolare 25 del luglio scorso – anche attraverso lo sviluppo di attività volte alla volontaria disclosure di attività economiche e finanziarie illecitamente detenute all’estero da contribuenti nazionali”.

Quindi, se si pagano tutte le multe e le imposte arretrate che convenienza c’è? Innanzitutto molti correntisti esteri che non hanno dichiarato i propri capitali rischiano di trovarsi spiazzati dalle stesse banche o magari denunciati. Con il pericolo di non potere più utilizzare o rimpatriare le somme sui conti cifrati. E dunque, per evitare guai maggiori, è meglio auto-denunciarsi. La trattativa tra cittadino e Agenzia delle Entrate prevede comunque una serie di agevolazioni. Nonostante in caso di adesione alla contestazione dovrebbe comunque pagarsi non meno di un terzo della somma dei minimi edittali derivanti dall’omessa compilazione del modulo RW (quello relativo ai soldi all’estero) per tutti gli anni accertabili, esiste la possibilità che multe e arretrati vengano calcolati secondo l’importo minimo previsto. E già questo è un bel vantaggio.

Infine, si apre la strada all’arrivo della normativa all’americana. Chi si auto denuncia può ottenere tutti gli sconti di pena possibili che, tra riti alternativi e attenuanti, possono far scendere la condanna anche al di sotto degli otto mesi. Una pena che, vista l’eseguità, e i benefici già previsti dal codice per gli incensurati non si rischia di scontare. Tra non molto però le cose potrebbero andare ancora meglio: nessun inchiesta penale, nessun processo, ma solo il pericolo di essere colpiti con estrema severità se un giorno si scoprisse che a propria auto-denuncia è incompleta. Come dire: quando ci sono in ballo somme veramente alte anche il contribuente infedele può contare su un trattamento speciale. Più o meno quello che i private banker riservano ai propri clienti vip. D’altronde di questi tempi servono soldi. Soprattutto allo Stato. E a chi conviene lasciarli nei forzieri svizzeri?