Per certi stralunati commentatori “progressisti” l’euro assicurerebbe la pace in Europa. Non la pensava così Martin Feldstein, il quale già nel 1997 ammoniva da Harvard che la crisi dell’euro avrebbe fomentato pericolose tensioni nazionalistiche. Volete un esempio? Su Repubblica del 26 agosto, Luciano Gallino si spinge fino a rinfacciare alla Germania il mancato pagamento dei debiti di guerra. Guardare a un passato così distante, evocando lo spettro di tremendi crimini contro l’umanità, ci sembra pericoloso e comunque meno utile di un ragionamento fattuale su genesi e gestione dell’attuale debito pubblico tedesco.

Ricordiamo intanto che nel primo decennio dell’euro (1999-2008) il debito pubblico tedesco è aumentato (dal 61% al 67% del Pil), al contrario di quello di molti Pigs, Italia compresa (il cui debito nello stesso periodo scendeva dal 113% al 106% del Pil). E perché mai il fantomatico “dividendo dell’euro”, evocato a sproposito da tanti commentatori, non avrebbe funzionato proprio nel paese più “virtuoso”? Semplice: perché dal 2000 al 2005 la spesa pubblica tedesca è aumentata di circa 120 miliardi di euro, in massima parte per finanziare le riforme del mercato del lavoro (attraverso sussidi di disoccupazione e ammortizzatori sociali vari). L’abbattimento del costo del lavoro tedesco, a colpi di precarietà e mini job, cioè la principale causa delle tensioni alle quali assistiamo in Germania e in Europa, è stato ampiamente finanziato con deficit pubblico, in aperta violazione del Trattato di Maastricht (più rilevante per noi di quello di Versailles).

Sappiamo poi, perché lo ha spiegato autorevolmente Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera (7 settembre 2011), che in Germania una parte consistente di debito pubblico, quello corrispondente alle obbligazioni emesse dalla KfW (la Cassa depositi e prestiti tedesca), viene escluso dal computo del totale. Lo consentono i criteri contabili Esa95, che escludono dal computo del debito pubblico quello delle società pubbliche che coprono i propri costi per oltre il 50% con ricavi di mercato. La KfW rientra in questo criterio, ma ciò non toglie che se qualcosa le andasse storto, sarebbe il governo federale a garantire le sue obbligazioni , esattamente come gli altri Bund. Se teniamo conto di questo “dettaglio”, il debito pubblico tedesco in effetti raggiunge il 97% del Pil. La “soglia psicologica” del 100% è dietro l’angolo.

C’è infine il piccolo problema della cosiddetta “eccezione tedesca” nel collocamento dei titoli di Stato, quel meccanismo in virtù del quale la Germania riesce a circonvenire il divieto di acquisto di titoli di Stato sul mercato primario da parte della Banca centrale nazionale (nel caso in specie, la Bundesbank). La questione è controversa, ma secondo commentatori autorevoli, come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (sul Corriere del 24 novembre 2011), l’intervento della Bundesbank consente comunque di tenere sotto controllo i rendimenti alle aste dei titoli tedeschi.

Volendo criticare l’atteggiamento tedesco in termini di politica fiscale ce ne sarebbe quindi abbastanza, senza tornare indietro di 70 anni. Ma così facendo si sarebbe costretti ad ammettere che l’Eurozona è un sistema che favorisce chi fa dumping sociale a colpi di “riforme strutturali” (leggi: taglio dei salari), è un sistema creatore di disuguaglianza all’interno dei paesi e fra i paesi, dove la finanza creativa è appannaggio soprattutto dei paesi “virtuosi”, che la praticano largamente per il semplice motivo che la loro forza politica gli consente di farlo. Crollerebbe così la visione un po’ naïf di alcuni progressisti “de noantri”, che continuano a vedere nell’euro una sorta di terra promessa, un’unione di uguali dove la bassa inflazione protegge il proletario e dove gli eventuali problemi possono risolversi puntando il ditino contro la Merkel, rinfacciandole magari il passato nazista del suo paese. Come questo possa condurre alla pace in Europa rimane un mistero.

da Il Fatto Quotidiano del 18 settembre 2013