Steno Marcegaglia aveva compiuto 83 anni un mese fa. È caduto, si è rotto un femore e le complicazioni della frattura gli sono state fatali. Una morte da povero, verrebbe da dire ripensando alla parabola di un imprenditore che ha costruito un impero senza mai dimenticare la sua condizione di partenza: un povero, appunto.

Era uno di quei profeti del forno elettrico che hanno scritto una grande pagina del Dopoguerra. Lo Stato, attraverso l’Iri e la Finsider di Oscar Sinigaglia, ha fornito alla ricostruzione la costosissima siderurgia a ciclo integrale che richiedeva investimenti fuori della portata dei privati: gli altiforni di Terni, Genova Cornigliano, Napoli Bagnoli e più tardi Taranto producevano l’acciaio fondendo ad altissima temperatura i minerali ferrosi. Poi c’erano loro, i trasformatori padani, che nei loro fornetti elettrici scaldavano l’acciaio per tirarne fuori tubi, tondini per l’edilizia, profilati, lamiere: i Luigi Lucchini (morto due settimane fa), gli Emilio Riva, i Giovanni Arvedi, e poi i Falck , gli Amenduni, i Pasini.

Marcegaglia aveva cominciato come sindacalista in un’organizzazione comunista. Suo padre, veronese, era emigrato in Etiopia e aveva affidato la moglie e il figlio tredicenne Steno a certi parenti che gestivano una trattoria a Gazoldo degli Ippoliti, venti chilometri da Mantova. Il ragazzo si diploma geometra e va a lavorare all’Alleanza Contadini, guidata allora da dirigenti di prima grandezza comandati dal vertice del Pci, prima Ruggero Grieco e poi Emilio Sereni. Marcegaglia è intellettualmente vivace, e fronteggia ogni giorni gli imprenditori: “Se lo fanno loro, pensai, posso farcela anch’io”. A 29 anni il grande salto, la prima officina siderurgica che produce guide per tapparelle, l’inizio di una galoppata che ha fatto crescere a Gazoldo un gruppo da 4,2 miliardi di fatturato e 7500 dipendenti, oggi alle prese con la crisi che ha mandato in rosso il 2012, con vendite in calo del 3 per cento.

Si vantava di essere “l’imprenditore povero di un’azienda ricca”, come ha ricordato ieri il presidente della Confindustria e sua vecchio amico Giorgio Squinzi, e rivendicava di essere sempre guidato dall’etica. Concetto che andrebbe analizzato a fondo, perché, come dice il proverbio, “imprenditore che vai etica che trovi”. Marcegaglia spiegò la sua etica a un’attonita platea del convegno di Cernobbio, una quindicina d’anni fa, partendo da un episodio chiave della sua vita, il rapimento di cui fu vittima nel 1982: “Sull’Aspromonte avrei potuto uccidere il mio rapitore. Mentre dormiva potevo prendergli la pistola. Non lo feci. Non ho potuto farlo. È un fatto etico, qualcosa che ha a che fare con Dio”. Diceva di aver ritrovato la fede religiosa grazie a quell’avventura: sequestrato a Napoli da una banda che aveva come basisti due suoi operai, fu passato ai malviventi calabresi che lo tennero per 52 giorni in Aspromonte, stando a viso scoperto perché tanto gli avevano detto che era già deciso di ucciderlo appena incassato il riscatto. Marcegaglia rinunciò a uccidere il suo carceriere, ma non a tentare la fuga, una prima volta senza successo, una seconda riuscendo a farsi vedere da un elicottero della polizia. La sua determinazione a fare soldi con l’acciaio lo ha trattenuto dal tentare come i suoi colleghi le cosiddette diversificazioni, cioè le incursioni negli investimenti finanziari che danno accesso ai salotti buoni del potere economico: per frequentarli Marcegaglia si è limitato a spingere la figlia Emma verso una fortunata carriera confindustriale, che l’ha portata a diventare la prima donna presidente (2008-2012).

Ma l’imperativo etico di far crescere a ogni costo azienda e posti di lavoro ha spinto ripetutamente Marcegaglia ai confini della legalità e allo scontro con i sindacati, che pure ieri gli hanno coralmente reso omaggio, come il momento imponeva. La magistratura si è occupata della famiglia per una storia di soldi in Svizzera, per incidenti in fabbrica superiori alla media (condannato il direttore dello stabilimento di Ravenna Antonio Zagaglia, prescritto Marcegaglia), per lo smaltimento dei rifiuti e per una storia di tangenti pagate a dirigenti dell’Eni, per la quale il figlio maggiore, Antonio, a cui è stata affidata la guida del gruppo, ha patteggiato nel 2008 una condanna per corruzione. Steno Marcegaglia ha invece chiuso la sua partita senza macchie giudiziarie, e anche per questo, pensate un po’, sarà ricordato come un imprenditore anomalo.

Twitter: @giorgiomeletti

Da Il Fatto Quotidiano dell’11 settembre 2013