L’invio in Libano della la nave da guerra ‘Andrea Doria‘ dimostra quanto sia elevato il rischio che l’Italia, pur non partecipando a un eventuale attacco americano contro la Siria, finisca comunque con il ritrovarsi coinvolta in prima linea nel conflitto con i suoi 1.100 caschi blu schierati nel paese dei cedri nell’ambito della missione Unifil delle Nazioni Unite. La decisione di mobilitare il cacciatorpediniere lanciamissili, salpato mercoledì da Taranto con 195 uomini a bordo, è stata presa “per fornire supporto e protezione ai nostri soldati nel caso in cui la situazione dovesse precipitare o se l’Onu decidesse il ritiro dei caschi blu”, spiega spiega al Fatto Quotidiano il generale Massimo Fogari, portavoce dello Stato Maggiore della Difesa, aggiungendo che in quel caso “verrebbero mobilitate anche altre unità navali”.

Un’eventualità tutt’altro che remota. Nel sud del Libano, infatti, i venti di guerra soffiano sempre più forte: il movimento sciita libanese, che in Siria combatte a fianco del regime di Assad, ha dichiarato la mobilitazione generale, mentre Israele ammassa truppe sul confine e intensifica le incursioni aeree e terrestri in territorio libanese. In mezzo, a pattugliare la ‘buffer zone’ compresa tra il fiume Litani e la cosiddetta ‘Linea Blu’ al confine con Israele, ci sono dodicimila soldati di 37 nazioni che cercano di far rispettare il cessate il fuoco del 2006 e di prevenire una nuova guerra che, se scoppiasse, non potrebbero fermare. Gli italiani, quasi tutti militari della brigata di cavalleria ‘Pozzuolo del Friuli’, costituiscono il contingente militare più numeroso di Unifil e dall’anno scorso detengono la guida di tutta la missione, sotto il comando del generale Paolo Serra.

Generale Serra, un intervento armato in Siria, soprattutto se dovesse avvenire sotto l’egida delle Nazioni Unite, rischia di rendere il contingente Onu in Libano un possibile obiettivo di rappresaglie da parte del movimento filo-Assad di Hezbollah, già irritato dal suo recente inserimento nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche? Teme una simile eventualità? 

La situazione sul terreno è di altissima tensione, come testimonia l’innalzamento dell’allerta e la mobilitazione di tutte le forze in campo: l’esercito libanese, le milizie di Hezbollah e le forze israeliane. Per ora Unifil ha aumentato il livello di ‘force protection’ intensificando l’attività di pattugliamento sulle strade e aumentando i posti di blocco. Siamo pronti ad innalzare ulteriormente il livello di sicurezza in caso di emergenza. 

Come reagirà l’Unifil in caso di un’incursione terrestre delle forze israeliane in Libano in risposta a possibili attacchi missilistici da parte di Hezbollah? Dobbiamo immaginare i carri armati Centauro dei Lagunari che fronteggiano i tank Merkava israeliani?

Il nostro mandato, stabilito dalla risoluzione 1701, è quello di monitorare il rispetto del cessate il fuoco del 2006 con una quotidiana attività di interposizione volta a mantenere la situazione sotto controllo per evitare che scoppi la scintilla che fa divampare l’incendio. Nel caso di incursioni limitate, come accade regolarmente, ci mettiamo in contatto con entrambe le parti per disinnescare la tensione e schieriamo i nostri uomini fisicamente tra le parti in modo da evitare che entrino in contatto. Nel caso invece di un’offensiva più estesa, di una guerra aperta come nel 2006, il cessate il fuoco sarebbe definitivamente rotto e il nostro mandato non basterebbe più. Le forze Onu non posso fermare una guerra quando è già in corso, possono solo cercare di prevenirla mantenendo aperto il dialogo tra le parti in questo momento altamente critico. 

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon – che nel gennaio 2012 le ha affidato il comando di Unifil – ha rivolto a Washington un chiaro avvertimento sulla Siria, affermando che un’azione militare senza un via libera del Consiglio di Sicurezza sarebbe illegale. Cosa ne pensa? 

Al di là delle interpretazioni personali, come temporaneo funzionario dell’Onu ritengo che le dichiarazioni del segretario generale siano conformi agli indirizzi Carta delle Nazioni Unite ispirati al mantenimento della pace internazionale. Il segretario fa molto affidamento su una soluzione politica del drammatico conflitto siriano. 

In Libano sono già arrivati oltre un milione di rifugiati siriani in fuga dalla guerra. Qual è la situazione umanitaria nel paese?

L’Unhcr ha censito finora l’ingresso di 700 mila siriani rifugiati in Libano, ma ce ne sono altrettanti in attesa di registrazione: un milione e mezzo di profughi che entrano in un paese con una capacità demografica di 4 milioni di abitanti rappresentano evidentemente un problema che il Libano non può affrontare con le sue sole forze e che diventerà ancor più drammatico nei mesi prossimi con l’arrivo dell’inverno.