Fare un salto a nord del 38esimo parallelo nell’eventualità di trovarsi in viaggio a Pechino non è da tutti. A meno di non essere l’ex stella dell’Nba ed essere ripartiti da Pyongyang poco più di sette mesi fa, tra abbracci e grandi sorrisi, professandosi amico del giovane leader Kim Jong Un. La sorte di Kenneth Bae, cittadino statunitense in carcere in Corea del Nord, potrebbe essere nelle mani di Dennis Rodman.

L’ex campione dei Chicago Bulls sarà presto nella capitale cinese, con la certezza, ostentata, di poter parlare il prima possibile con il “Maresciallo”, come è solito chiamare il terzo rappresentate della dinastia rossa alla guida del Paese. “Gli chiederò espressamente di rilasciare Kenneth Bae”, ha detto Rodman durante un intervista con Marc Lamont Hill dell’Huffington Post Live. “Gli chiederò perché Bae è tenuto in ostaggio”, ha spiegato. Rodman ha anche aggiunto che se alla fine Kim dovesse lasciare libero il missionario e guida turistica di origine coreana, lui personalmente si sentirebbe “l’uomo più potente del mondo”. L’iniziativa diplomatica del campione tatuato arriva a stretto giro dalla decisione nordcoreana di revocare l’invito per l’inviato speciale del governo statunitense, Robert King, che venerdì avrebbe dovuto raggiungere la capitale nordcoreana per una visita umanitaria.

L’obiettivo neppure troppo celato, era riportare a casa il 45enne Bae, arrestato lo scorso novembre al confine con la Cina e condannato la scorsa primavera a 15 anni di lavori forzati con l’accusa di atti ostili contro il governo nordcoreano e di proselitismo. Secondo quanto riferito dalla sorella alla Cnn qualche settimana fa, è stato trasferito in ospedale per l’aggravarsi delle condizioni di salute.

“King non stava andando lì per negoziare il rilascio di Bae. Era convinto al cento per cento che l’accordo fosse fatto” ha detto una fonte del governo Usa citata da NK News. Alla fine la missione si è rivelata un nulla di fatto. Tra lo stupore e il disappunto statunitensi, come spiegato dal dipartimento di Stato, King è dovuto rimanere a Tokyo per ripartire poi per Washington. Il no del regime è stato motivato con la “grave provocazione” degli Stati Uniti accusati di aver mobilitato i B-52 nelle esercitazioni congiunte con i sudcoreani della scorsa settimana. Un “ricatto nucleare nei nostri confronti”, ha detto un portavoce del ministero degli Esteri del regime citato dalla stampa ufficiale.

Dietro la marcia indietro nordcoreana potrebbe invece esserci il mancato compromesso tra Pyongyang e Washington. Un prigioniero statunitense è una pedina nelle mani di Kim e dei suoi generali sul tavolo delle trattative, in un periodo in cui la Corea del Nord ha abbassato i toni e appare meno aggressiva rispetto alle settimane che seguirono il terzo test nucleare di febbraio e le sanzioni imposte come reazione dalle Nazioni Unite con l’avvallo della Cina, il principale alleato nordcoreano.

In questo contesto si inserisce l’azione diplomatica solitaria di Rodman. Un primo approccio reso possibile dal viaggio a Pyongyang dello scorso febbraio, su iniziativa del magazine Vice, per una partita tra una rappresentativa locale e una degli Harlem Globetrotter, cui l’ex giocatore ha assistito fianco a fianco con il giovane Kim, di cui è nota la passione per la pallacanestro.

Subito dopo la condanna di Bae, Rodman aveva inviato un messaggio Twitter al leader nordcoreano, che non aveva trovato risposta. All’inizio di agosto aveva annunciato un viaggio in Corea del Nord cui è seguita la nuova promessa di intercedere presso Kim a favore del missionario. Ritagliandosi, almeno a parole, un ruolo che, in casi analoghi del passato, ha visto protagonisti ex presidenti come Bill Clinton e Jimmy Carter.

di Sebastiano Carbone