Le istituzioni hanno un’anima, così la nostra Costituzione che è laica (non laicista), repubblicana e antifascista, così anche le istituzioni locali: oltre che sull’impianto statutario e normativo, gli organigrammi e le procedure amministrative, esse si fondano su un vissuto storico e sulla sapienza dell’esperienza, e devono dare risposte ai bisogni e alle aspettative dei cittadini.

Così intendeva Guido Fanti la città metropolitana di Bologna, come un’occasione fondamentale per rivitalizzare il rapporto con i cittadini, attivamente partecipi del percorso fondativo della nuova istituzione.

Che, pertanto, non poteva e non può – se intende dare risposta a questo bisogno di rinnovamento – che fondarsi sul suffragio elettorale diretto e non configurarsi come consorzio di secondo livello, come il frutto di un’alchimia di ingegneria istituzionale, semplice accorpamento di entità che rimangono sostanzialmente separate.

Mi sembra questo il limite del perfezionismo “vitaliano” (s’intende di Walter Vitali che, pure, è uno dei pochi ad impegnarsi seriamente sul piano culturale), ovvero una visione tecnocratica del processo, dove contano essenzialmente gli articolati normativi, presupposti invece che risultato di un processo: mentre la visione complessiva, che dà sostanza politica al progetto, questa, ahimè, manca vistosamente.

Si discute “come” e non “se”, è un passo avanti ma siamo ancora al di qua del guado: la volontà effettiva di realizzare la nuova istituzione non è ancora percepibile, se mai è espressa freddamente come necessità formale; rimangono i dubbi, le resistenze, silenziose ed evidenti; rimane la chiusura – a parer mio – dei comuni, grandi e piccoli, nei loro municipalismi provinciali, compresa Bologna che non riesce ancora ad esprimere una sua vocazione effettiva a diventare polo di aggregazione della nuova istituzione e sembra vivere più della scontata centralità che le  viene dalla sua dimensione di capoluogo e che le assegna di fatto la legge.

Come spiegare altrimenti che rimangono ancora sostanzialmente separati il Piano strategico metropolitano e il progetto di città metropolitana? dovrebbero essere uno lo specchio dell’altra, invece anche alla Festa sono due discussioni chiaramente distinte. In quale chiave interpretare la riluttanza – per non dire la contrarietà sostanziale – a spingere per realizzare in tempi brevi e nel miglior modo possibile il Servizio Ferroviario Metropolitano, la vera grande infrastruttura che costituisce l’intelaiatura fondamentale della nuova realtà metropolitana? un “nonsense” che si spinge fino ad osteggiare  il potenziamento più efficace dell’SFM, rinunciando di fatto a farne il punto di forza della mobilità, mentre è rimasto l’unico e l’ultimo progetto utile ( si potrebbe dire davvero, per ironizzare, l’ultimo metrò).

Ritorno a Fanti, lui era stato protagonista della realizzazione dei quartieri e citava sempre il libro bianco di Dossetti, come una delle fonti politiche delle scelte di ardito decentramento in cui Bologna fu protagonista, anticipatrice di cambiamenti istituzionali nel senso del rinnovamento. A Fanti brillavano gli occhi quando parlava di città metropolitana, immaginava un orizzonte più ampio dove i cittadini si fanno istituzione e lo scambio non è più passivo tra governanti e governati. Questo senso del processo oggi manca.

A proposito: forse alla Festa dell’Unità si poteva ricordare a due anni dalla sua morte il grande sindaco, almeno affrontando questi temi che gli erano cari.

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