In Johnny Stecchino era la seconda piaga, in ordine di importanza, che affliggeva la Sicilia. Oggi però ad affliggere i siciliani, più che la siccità di Johnny Stecchino, è la gestione delle risorse idriche. Una situazione spezzettata, tra compartecipazioni regionali, aziende private che decidono il prezzo delle bollette, carrozzoni in procinto di fallire e padroncini delle autobotti che tengono sotto ricatto intere città dell’isola.

Eppure, due anni fa sembrava che tutto dovesse cambiare. Erano tutti d’accordo i siciliani che il 12 e 13 giugno del 2011 si recarono alle urne per votare al referendum: quasi 98 per cento di “Sì”, avevano chiesto di cancellare la gestione privata delle risorse idriche dell’isola.

Una volontà popolare plebiscitaria che più di due anni dopo è rimasta soltanto sulla carta: doveva cambiare tutto ma nulla è cambiato. E ancora oggi, nella torrida estate del 2013, la gestione dell’acqua è rimasta quasi ovunque nelle mani dei privati. Una questione spinosa che da mesi anima le sedute della quarta commissione dell’Assemblea regionale Siciliana. “Hanno accusato il governo di voler lasciare la gestione dell’acqua ai privati, ma non è vero: il governo Crocetta vuole l’acqua pubblica” ha chiarito l’assessore Marino, ex pm antimafia a Caltanissetta, da settimane sulla graticola proprio per la questione dell’acqua. Il ritorno all’acqua pubblica era stato uno dei perni centrali della campagna elettorale del governatore Rosario Crocetta. A quasi un anno dalle elezioni regionali però la situazione è identica a quella ereditata dai governi precedenti. “Non riusciremo ad approvare il disegno di legge sulla gestione dell’acqua entro la pausa estiva a causa dell’ipocrisia del Pd e delle schermaglie interne alla maggioranza” ha denunciato il cinque stelle Giampiero Trizzino, presidente della commissione regionale ambiente.

“Noi abbiamo fatto avere all’assessore il nostro disegno di legge, ma nella prima bozza di legge la situazione sembra essere quella di prima, ovvero una gestione mista tra pubblico e privato” replica Antonella Leto, del Forum dei movimenti per l’acqua pubblica, che dal 2007 si batte per restituire ai siciliani la gestione delle risorse idriche. Era il 2004 quando il governo regionale di Totò Cuffaro, divise l’isola in 9 Ato idrici, aprendo le porte alle aziende private. “Bandi di gare che non brillarono certo per trasparenza” denuncia sempre Leto. Ad ogni gara fu infatti invitata una sola azienda. È così che Girgenti Acque si aggiudica la gestione della rete idrica nel agrigentino. La quota di maggioranza della società nel 2012 è stata rilevata da Marco Campione, imprenditore fresco di condanna definitiva a 10 mesi per truffa aggravata. Stessa cosa si verificò a Siracusa. “Lì – spiega sempre la Leto – la società vincitrice presentò fidejussioni soltanto per cinque anni di servizio nonostante l’appalto fosse trentennale”. La società in questione si chiama Sai8 ed è stata recentemente congelata dall’ex investigatore della Dia Nando Buceti, nominato commissario idrico dall’assessore Marino.

E se a Palermo, il sindaco Leoluca Orlando sta cercando di trasformare l’Amap in un ente di diritto pubblico (sulla scia di quanto già si sta facendo a Napoli) diverso è il discorso per la provincia del capoluogo. Nel 2007 Cuffarò nominò Mario Rosario Mazzola commissario di gara per assegnare la gestione dell’acqua nella provincia palermitana. Lo stesso Mazzola che fino a pochi giorni prima sedeva del consiglio di amministrazione di Genova Acque, una delle società che insieme ad altre compagnie formò la Acque Potabili Siciliane, candidandosi alla gestione idrica della provincia di Palermo. E chi è che ha poi vinto quell’appalto? Proprio la Acque Potabili Siciliane, che oggi versa in una condizione economica disastrosa, dopo essere stata commissariata. “A stento si pagano gli stipendi: non si può neanche dire che siamo gestiti male. In realtà non siamo gestiti per niente” spiega uno dei 200 dipendenti che potrebbe vedere a rischio il suo posto di lavoro.

Ma chi paga oggi la cattiva gestione delle risorse idriche in Sicilia? I cittadini, ovviamente, gli stessi cittadini che due anni fa si erano espressi per far tornare l’acqua pubblica. Cuffaro infatti aveva affidato tutta la gestione dell’acqua siciliana a Siciliacque spa, una società che appartiene al 25 per cento alla Regione e al 75 per cento ai francesi di Veolia. È Siciliacque che fornisce acqua agli Ato al prezzo di 60 centesimi di euro a metro cubo. Poi sono le aziende private che si occupano invece di gestirla fino alle abitazioni. “Lucrando guadagni dai soldi pubblici con investimenti minimi, dato la rete idrica non viene mai riparata” spiegano dal Forum per l’acqua pubblica. Il risultato è il 35 per cento di perdite dalla rete idrica: in pratica ogni 100 euro di acqua , ben 35 euro si disperdono nel sottosuolo. Dati che poi ricadono direttamente sulle bollette: ogni siciliano spende mediamente per l’acqua corrente circa 300 euro l’anno, 100 euro in più rispetto ad un cittadino lombardo e quasi il doppio di un trentino. Il disegno di legge del Forum per l’acqua pubblica prevede l’acquisto da parte della Regione di tutte le quote di Siciliacque e l’affidamento della gestione della rete idrica ai comuni. Una mossa che sembrerebbe semplice a dirsi ma che – nei fatti – è ancora lontana. Complici i chiari interessi dei privati che non intendono certo rinunciare ad una torta quantificabile tra i 500 e i 700 milioni di euro all’anno.

I problemi per combattere la siccità però in Sicilia non si fermano qui. Le carenze ci sono anche dove le aziende private non sono mai subentrate. E la gestione è inspiegabilmente ancora in mano all’Eas, l’enorme carrozzone regionale, da tempo in liquidazione, che continua a gestire la rete idrica non privatizzata, producendo debiti al ritmo di 6 milioni e mezzo di euro ogni anno. Ed è proprio nelle province dove la gestione dell’acqua non è privatizzata che – casualmente – sono più diffuse le abitazioni che non hanno ancora un allacciamento alla rete idrica. E dove l’allacciamento esiste spesso è interrotto per lunghi periodi soprattutto d’estate. Una condizione che obbliga i cittadini a rivolgersi ai padroncini delle autobotti: un mercato spesso infiltrato dalla criminalità organizzata che costa circa 500 euro all’anno per quindici carichi d’acqua. “Spesso – conclude la Leto – si pensa erroneamente che la Sicilia sia povera d’acqua: non è così. La nostra regione è ricca di acqua grazie ai vari investimenti pubblici che in 50 anni hanno costruito varie dighe in tutta l’isola”. È non è un caso se il giornalista Mario Francese fu assassinato da Cosa Nostra proprio dopo aver denunciato le infiltrazioni mafiose durante la costruzione della diga Garcia. Correva l’anno 1979. Oggi, 34 anni e un referendum plebiscitario dopo, la situazione non sembra essere troppo diversa.

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