Il Senatur tira fuori i vecchi arnesi del mestiere. La parolaccia, i fucili, i “nemici” che “sono fuori” e – ora che nel governo è stato nominato un ministro di colore – l’immancabile attacco a Cécile Kyenge. “Io sono assolutamente contro gli insulti” dice Umberto Bossi in un comizio ad Arcore, ma quando “dicono che è la solita lega razzista, in realtà è tutto il Paese che ne ha pieni i coglioni del ministro Kyenge”. La storia dei fucili, invece, l’aveva tirata fuori il giorno prima durante un comizio a Sarezzo, in provincia di Brescia: “Per fortuna che in Valtrompia ancora si producono le armi, un giorno serviranno” ha detto il presidente del Carroccio. Bossi stava rispondendo ad alcuni militanti che contestavano l’abolizione delle province: “Una decisione che annulla l’identità di un popolo. Vuol dire non rispettare quello che c’è sul territorio. In Valtrompia però per fortuna ci sono ancora le armi…” ha detto il Senatur.

Ma la partita di Bossi è in questo momento soprattutto interna e quindi tira per la giacca il segretario del partito, Roberto Maroni: “Mi ha detto chevuole fare il congresso entro la fine dell’anno” rivela. Poi precisa che proprio come Maroni non vuole “scontri tra bossiani e maroniani”, perché “i nemici sono fuori”.

Ma a prescindere dagli apparenti ramoscelli d’ulivo la voce dei dissenso alla Lega 2.0 in Veneto trova le forme di una associazione politico-culturale che mutua – a insaputa dell’interessato che parla di un atto di “scorrettezza” -, lo slogan della campagna elettorale del governatore Luca Zaia e ci aggiunge un punto. Come a dire che il tempo delle parole è finito “perché dalla base del partito arriva un grido di dolore. Il leone deve tornare a ruggire”. “La gente è stanca di chiacchiere e non di fatti. Nasciamo per raccogliere questo malcontento” rilevano i promotori e sullo sfondo c’è l’idea della Lega di 20 anni fa a guida Bossi che è tornato in queste ore alla vecchia parola d’ordine delle armi che un giorno potranno essere utili.

Tra le file di “Prima il Veneto”, presentato oggi in pompa magna con gonfalone di san Marco alle spalle del palco, tra un assessore provinciale e un consigliere comunale, c’è Giovanni Furlanetto, consigliere regionale eletto dal Carroccio. Orgoglioso, ha in tasca la lettera firmata da Bossi che annulla il provvedimento di espulsione deciso dal consiglio federale qualche mese fa. Non è un caso così se, in una saletta d’albergo piena, dal palco e nei commenti dei presenti, tutti con il nastrino giallo-verde – “i colori del nuovo” – emerge tra le righe la nostalgia del Senatur, il richiamo alla Lega che aveva in mano il territorio, che aveva parole d’ordine forti. “Chissà se mi espelleranno un’altra volta” dice Furlanetto: “la base è contro i vertici e quindi la Lega dovrebbe far decadere Tosi. Quello di adesso non è più il Carroccio”.

Il nome di Maroni nessuno lo cita, l’attenzione è tutta per il sindaco di Verona e segretario veneto, dal quale si prendono anche le distanze dal progetto di fondazione che sta portando avanti e al quale si addossa la colpa dello scarso risultato del Carroccio alle passate elezioni. Sua la responsabilità, a detta dei presenti, della “fuga” di iscritti, di una politica fatto da espulsioni e di commissariamenti delle segreterie provinciali. Nell’elenco c’è anche Venezia. Proprio questo, a ben guardare, è stato l’atto che ha dato fuoco alla brace che ha portato alla nascita di una associazione che “vuole cambiare la Lega” lavorando dall’interno in rapporto con iniziative analoghe che starebbero sorgendo in altre province. Una realtà che non parla mai di ‘scissionè, ma che alla lunga, si fa capire, se mai le cose non dovessero andare a buon fine, potrebbe guardare alla prossime amministrative.

L’ex parlamentare Corrado Calligari, presidente di “Prima il Veneto”, fa un richiamo alla diplomazia quando gli viene chiesta ragione di un nome che richiama la campagna elettorale di Zaia: “i rapporti con il presidente sono ottimi come ottimo è il rapporto con la Lega, visto che faccio parte del consiglio nazionale”. Più diretto l’eretico Santino Bozza: “Zaia potrebbe essere il collante di questa nuova realtà, ma bisogna che lo voglia”. La prima reazione del governatore non nasconde una forte irritazione per l’uso di uno slogan usato per la campagna elettorale e che “ha caratterizzato e caratterizza con la sua filosofia la mia azione di governo e quella della mia squadra”, rimarcando che viene usato il frutto del lavoro ideativo e intellettuale altrui “in maniera non autorizzata”.