“Alle 8 di mattina sul registro della Chiesa non c’era scritto nulla”. Il presunto assassino di Yara Gambirasio è passato a lasciare la sua testimonianza scritta all’ospedale di Rho, in provincia di Milano (“Qui è passato l’omicida di Yara Gambirasio, che Dio mi perdoni”, in un arco di tempo tra quell’ora e le 14.30, quando i fedeli hanno segnalato il fatto. A parlare a ilfattoquotidiano.it è don Antonio Citterio, da 12 anni cappellano della struttura ospedaliera: dal 2008, dopo il restauro della Chiesa, ha introdotto il “libro delle preghiere per lasciare la possibilità ai fedeli di scrivere riflessioni che vengono lette durante le celebrazioni religiose (una alle 8 e una alle 20)”. Proprio uno dei fedeli ha notato la scritta sul registro e allertato il sacerdote e un’altra persona, di professione avvocato, presente nella struttura in quel momento.

Da lì è partita la chiamata alle forze dell’ordine che hanno sequestrato il libro e gli hard disk contenenti i filmati di sorveglianza della mattinata di sabato 3 agosto. Se da una parte, in via ufficiale, il commissariato di Rho-Pero invita alla calma perché “potrebbe essere l’atto di un mitomane”, dall’altra, da ieri pomeriggio sono arrivati rinforzi sia da Bergamo (la cui procura è titolare dell’inchiesta), che da Roma. Le impronte e le altre tracce rilevate sul registro verranno incrociate con il profilo genetico rilevato sugli indumenti della tredicenne scomparsa da Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, il 26 novembre del 2010 e trovata morta tre mesi più tardi in un campo di Chignolo d’isola, a pochi chilometri di distanza. Secondo i genetisti quel Dna appartiene infatti al figlio di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno morto nel 1999, ma le comparazioni stanno proseguendo perché il quadro sia sempre più chiaro. Un figlio che si suppone sia illegittimo e che non è ancora stato trovato.

Sull’altro fronte delle indagini, quello relativo al cosiddetto ‘cantiere di Mapello’, si attende l’archiviazione della posizione di Mohammed Fikri, finora unico indagato nell’inchiesta, prima per omicidio e poi per favoreggiamento. Secondo le ultime traduzioni delle intercettazioni telefoniche, l’immigrato – che era al lavoro la notte in cui Yara venne rapita e uccisa, nel cantiere di Mapello, dove portò il fiuto dei cani degli investigatori – non avrebbe mai utilizzato il termine ‘uccidere’.

Gli inquirenti, oltre ai filmati di sorveglianza, incroceranno anche le celle telefoniche di sabato 3 agosto per verificare se il presunto assassino di Yara, ribattezzato in gergo tecnico “Ignoto1”, sia il parente di uno dei pazienti che era (o è ancora) ricoverato all’ospedale di Rho. L’attenzione delle forze dell’ordine è tutta puntata sui video di ingresso e uscita nella struttura sabato mattina che, fortunatamente per le indagini, non è giorno di routine e visite mediche di esterni.