Prima i sudamericani, quelli che oggi si fanno pagare 4 euro l’ora per prendersi cura di un anziano solo o un malato. Adesso perfino i cinesi, perchè con la crisi spagnola nemmeno loro riescono a farcela. Sembravano immuni alla congiuntura economica negativa, dietro i loro scaffali dove si trova di tutto. Anzi, ai 7mila bazar presenti nel Paese, i piccoli imprenditori spagnoli hanno guardato quasi con invidia.

Perché con l’arrivo della crisi, il boom dei negozietti aperti h24 a prezzi stracciati ha fatto dura concorrenza a tutti gli altri commercianti. Nel 2013 l’Associazione dei lavoratori autonomi segnalava che il numero degli imprenditori cinesi in Spagna era cresciuto dell’83 per cento dal 2008 al 2012. Qualcuno si chiedeva perfino se i cinesi pagassero le stesse tasse degli spagnoli, visto che i loro bazar si riproducevano come funghi.

“Certo”, spiega il titolare di uno di quei todo cien (tutto mille o meglio tutto a un euro) nel quartiere di Patraix, a Valencia. “Ma oggi la situazione è difficile. Molti amici sono tornati in Cina”. I dati parlano chiaro: in Spagna la situazione economica preoccupa anche i cinesi, che oggi preferiscono andare a cercare fortuna in altri Oaesi. O tornare a casa.

Per la prima volta dal 2011 il saldo migratorio della comunità è negativo: insomma sono più i cinesi che vanno via rispetto a quelli che arrivano. Lo si legge sul sito dell’Istituto nazionale di statistica, nel 2012 17.827 cinesi hanno abbandonato il Paese, contro i 9.583 immigrati. Secondo l’Ine, nel 2012 il numero degli stranieri residenti in Spagna è crollato di un 2,3 per cento, fino a poco più di 5 milioni. La comunità cinese residente è passata dai 171 mila ai 166mila membri. E un gran numero di questi vive proprio della piccola distribuzione, uno dei settori piú colpiti dal crollo dei consumi.

Il problema è che la crisi si è prolungata più del previsto. Se all’inizio i bazar hanno quasi beneficiato della situazione economica, adesso la disoccupazione in crescita e il consumo nazionale in continuo calo registra tassi negativi perfino per le casse dei “tutto a un euro”. “Rispetto all’anno scorso circa il 40 per cento in meno”, dice il negoziante, che nel quartiere tutti chiamano José.

Alle statistiche e ai dubbi di José si aggiungono i dati dell’agenzia di consulenza Orient Consulting di Madrid, primo referente per la comunità cinese, che al quotidiano El Confidencial ha raccontato come quest’anno abbiano chiuso dai 5 ai 6 negozi al mese. E tutto mentre i bazar mantenevano invariato il costo dei loro prodotti e la grande distribuzione abbatteva i prezzi. Tant’è che nei grandi magazzini El Corte inglés – per intenderci la Rinascente italiana – oggi compri perfino a prezzi più bassi che nei bazar cinesi, come confermano molte clienti. Una maglietta costa 5 o 6 euro, mentre dai cinesi spendi anche 10 o 12 euro. E il confronto qualità-prezzo è imbattibile.

Lo stesso accade nei ristoranti, dove mangiare cibo spagnolo oggi vale meno che un piatto di riso alla cantonese o di involtini primavera. Quest’anno poi la comunità cinese di Madrid ha preferito non celebrare l’anno nuovo, causa crisi e “tristezza” per la situazione attuale. Quella legata alla piú grande operazione della polizia nella storia spagnola, che nell’ottobre 2012 scoprì una rete di evasione capitanata da Gao Ping, uno dei maggiori imprenditori cinesi in Spagna, che era finito perfino alla corte di re Juan Carlos. La mafia cinese controllava milioni di euro. Gao Ping ne aveva sei, in denaro sonanti nella sua cassaforte. Da allora l’immagine della comunità ha subito un duro colpo in Spagna. Così molti, spinti dalla crisi e dalla casse sempre piú in affanno tornano in Cina. Anche il negoziante José, nel suo bazar di Valencia, ci sta pensando. Lui in realtà si chiama Jian.

@si_ragu