“I trent’anni sono stati uno spartiacque. Il lavoro cominciava a funzionare, ma tra mille difficoltà e un futuro incerto. Stessa cosa per la vita sentimentale: una storia lunga, trascinata. Eppure in me cresceva fortissimo il desiderio di maternità, irrealizzabile in quel momento. Sapevo della possibilità di congelare gli ovuli, mi sono informata e ho deciso di farlo. Il mio compagno non condivideva, avevo dei soldi da parte li ho utilizzati per questo”. Giulia, designer milanese, oggi ha 35 anni, il lavoro è sempre precario, il compagno è cambiato, ma i suoi ovociti sono ancora conservati in una banca speciale. “L’operazione mi è costata 3.000 euro, ogni anno pago 300 euro per il deposito. Non sono cifre da niente, ma la speranza di poter diventare madre va oltre ogni ostacolo economico. Non l’ho mai detto ai miei genitori, loro non vedono l’ora di diventare nonni, ma temo non approverebbero”.

“Mi sono sposata a 22 anni, a 35 ho divorziato. Ho avuto altre storie, nessuna andata per il verso giusto. Eppure a un figlio non voglio rinunciare, da bambina sognavo di averne almeno cinque”. Alessandra ha 41 anni. Un anno fa ha scelto di congelare i suoi ovociti, appena entro il limite massimo consentito. “Non ho sofferto durante i trattamenti, è una scelta che mi ha reso più forte e che mi fa sentire libera, anche se è costata qualche sacrificio. Non voglio un figlio a 50 anni, ma così posso permettermi di aspettare ancora un po’”.

Giulia e Alessandra sono tra le oltre 500 donne che in Italia hanno scelto di ricorrere al cosiddetto “Social egg freezing”, l’intervento che permette di conservare gli ovociti e posticipare la maternità.

“Nel nostro Paese c’è molta disinformazione sull’argomento – spiega il dottor Andrea Borini, ginecologo e presidente di ProFert-Società italiana di conservazione della fertilità – Questa possibilità viene quasi sempre percepita come uno sfogo egoistico o come il desiderio di prolungare l’adolescenza, ma è una visione maschilista. La donna dovrebbe avere il diritto di poter fare figli quando vuole, secondo i suoi tempi, non secondo quelli imposti dal datore di lavoro o dal compagno, e di avere tutta l’assistenza sociale necessaria. Purtroppo in Italia non ci sono queste garanzie e il “momento giusto” potrebbe non arrivare mai”.

IL SOCIAL FREEZING IN ITALIA

Per conservare gli ovociti bisogna sottoporsi a una stimolazione ovarica. Il primo ciclo viene fatto a casa, in autonomia, con delle punture sottocutanee. Il secondo è monitorato in ospedale. Quando i follicoli sono pronti vengono aspirati con un piccolo intervento e poi congelati.

Gli ovociti possono essere conservati con la tecnica della vetrificazione o con quella del congelamento lento. Il “Social freezing” è permesso perché riguarda ovuli non fecondati e non confligge con la legge 40.

In Italia, secondo il registro della Procreazione medicalmente assistita (Pma) ci sono 121 centri che crioncoservano ovociti: 58 privati e 61 pubblici. Il costo dell’operazione va dai 2 ai 3mila euro, compresivi dei farmaci per la stimolazione ovarica, a cui si aggiungono circa 200-300 euro per il deposito annuo. Ricorrono al trattamento anche le donne che affrontano operazioni o cicli di chemioterapia che mettono a rischio la fertilità. In questi casi, però, il Servizio sanitario nazionale copre le spese.

“Nel nostro Paese ci si chiede il perché della crioconservazione, dovremmo invece chiederci “perché no?”- racconta Borini – Negli Stati Uniti e nell’Europa del Nord ormai è una pratica consolidata, al punto che si parla abitualmente di “Freezing mums”. Le ragazze sono al corrente di questa possibilità sin da giovani. Da noi arrivano pazienti perlopiù quarantenni”. “E’ doveroso precisare – continua Borini – che non esiste garanzia di successo della fecondazione. L’età della paziente rimane un fattore determinante. Non ci sono certezze, bisogna prendersi qualche rischio”.

L’eventualità di un fallimento è uno dei motivi che hanno scoraggiato Piera, interprete veneziana di 36 anni. Per due anni ha raccolto informazioni e preventivi in diversi centri di crioconservazione, ma poi ha deciso di lasciar perdere. “Mi sono resa conto che la voglia sempre più forte di essere madre era legata anche a pressioni sociali, soprattutto da parte della mia famiglia. Il lavoro mi impegna e mi porta spesso in giro per il mondo. È totalizzante, ma mi rende felice. Mi piacerebbe anche diventare madre, certo, ma in questo momento va bene così. Personalmente vedo dietro al social freezing anche un po’ di egoismo. Volere un figlio a ogni costo non ha senso”.