Un sequestro giudiziario, un custode esterno, un paio di testamenti, forse tre, quattro e finanche cinque presunti eredi, migliaia di dipendenti, dodici stabilimenti, ventiquattro filiali, un’inchiesta su tre reati, mediatori ingannevoli: un groviglio, di cifre e di nomi, che non fa bene al Vaticano. E pazienza se l’intreccio inestricabile valga 1,1 miliardi di euro, cioè il 66 per cento di Faac, l’azienda che produce sistemi automatici (ricordate il cancello che si apriva e il leone di guardia che ruggiva?), caduto fra le braccia di sua eccellenza Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, per estrema e ultima volontà di Michelangelo Manini, scomparso diciotto mesi fa. Ogni giorno, e ieri non è mancato un passo in avanti che tiene fermi i protagonisti, si aggiunge un fatto, una clamorosa o marginale verità. Ma prima di raccontare chi si contende una società che fa utili di 20 milioni con la recessione, Bologna va tenuta in disparte per tornare in piazza San Pietro, anzi fra le stanze che frequenta papa Francesco a Santa Marta, singolare residenza e ufficio. Jorge Bergoglio professa la povertà assoluta per i cattolici e non tollera la finanza disinvolta e così, in preda a uno sfogo che più volte ha tradito la flemma pontificia, ha sentenziato su Faac: “Non possiamo gestire una multinazionale, le nostre quote – avrebbe detto Francesco – vanno vendute e il ricavato va utilizzato per opere di carità”.

Non sarà entusiasta il cardinale Caffarra, che si era scagliato contro i parenti di Manini, e aspettava una sentenza (rinviata a ottobre) per riavere il controllo amministrativo di Faac. Non sarà entusiasta nemmeno il cardinale Tarcisio Bertone che, a differenza di Caffarra, voleva raggiungere un accordo con i familiari. Perché il regalo miliardario di Manini è diventata una tragedia davvero biblica quando lo zio Carlo Rimondi e la cugina (che poi si è corretta: “In realtà sono la sorella”) hanno impugnato i testamenti di Michelangelo, autenticati quindici anni fa e non corroborati da un’esistenza di cattolico praticante né di lauto benefattore. Il giudice Maria Fiammetta Squarzoni, lo scorso dicembre, ha ordinato il sequestro dei capannoni Faac e l’avvocato Andrea Moschetti, inviato ai vertici dal Vaticano, è stato destituito. L’incidente ha scatenato una serie di eventi a catena che hanno innervosito non poco il cardinale Caffarra: no, il dentista di Manini, che ha presentato un foglietto in cui si nominava erede universale, è stata soltanto una parentesi satirica.

Quando è intervenuta la magistratura, però, mentre la Curia segnalava l’ostruzionismo dei familiari di Manini, l’affare Faac è sembrato una maledizione. La procura di Bologna ha aperto tre fascicoli: per falso, per capire se i testamenti siano originali; per furto e violazione di domicilio, per spiegare l’inquietante intrusione nello studio di Moschetti; per tentata estorsione, perché (sedicenti?) emissari dei parenti avrebbero minacciato di far proseguire la causa civile per depauperare l’azienda. È persino faticoso tenere insieme diciotto mesi di eventi, tutti cominciati appena si è scoperto che il 50enne Michelangelo Manini aveva consegnato il patrimonio all’arcidiocesi bolognese e l’aveva fatto con un considerevole anticipo. In mezzo ad assurde pretese o giuste rivendicazioni, ci sono migliaia di lavoratori che aspettano un segnale di serenità per una multinazionale che continua a produrre denaro e stipendi. Francesco non vorrà assistere, semmai lo stillicidio non dovesse finire, a frotte di operai che protestano dinanzi al duomo bolognese. Il Vaticano non riesce a governare se stesso, pensano dietro al colonnato, come può pensare di governare un colosso da 1,7 miliardi? La Curia di Bologna detiene il 66 per cento del pacchetto azionario, il resto è di proprietà di un imprenditore tedesco: la Santa Sede vorrebbe coinvolgere il socio di minoranza, finire il contenzioso con i familiari e dunque vendere e destinare il ricavato ai poveri. Quelli che cita sempre Francesco e che non sempre vengono in mente ai burocrati vaticani.