Dublino è una pinta di birra che su un tavolo di legno trema senza cascare, scossa dagli applausi a tempo di bevitori che intonano canti d’amore e d’orgoglio. È una città diversamente bella, fatta di pochi monumenti e di nicchie vuote che non rendono sufficiente onore a una storia di coraggio e lotte per l’indipendenza. È un’idea testarda e allegra ancor prima che un luogo fisico.

Ecco, questo è quello che ti sembra presuntuosamente d’aver capito dopo i tuoi due giorni abbondanti nella capitale irlandese. Non molto, ma sempre qualcosa in più di quello che avevi in testa quando, durante il volo d’andata, leggevi con la ferocia di chi è in clamoroso ritardo la tua guida. Il volo è partito ad un orario quasi civile per essere un low cost, il tuo compagno d’avventura si è addormentato all’istante, mentre il terzo componente dell’improbabile gruppo di questo viaggio ci attende all’arrivo: lui sarà il nostro Virgilio e con i suoi quasi due anni in riva il Liffey (il corso d’acqua di un dubbioso colore verde che attraversa la città) è la tua garanzia di poterci capire qualcosa.

Arrivi e piove. Vabbé, smetterà. Butti un occhio sui cartelli bilingue (inglese e “irish”, niente a che vedere l’uno con l’altro) e affronti la prima prova di abilità: sali su una macchina “all’europea” (cioè con la guida a sinistra), ma che ovviamente viaggiando deve tenere la destra, perciò stando sul sedile del passeggero ti ritrovi a dispensare perplessi sorrisi dal centro della carreggiata ai guidatori provenienti dalla direzione opposta che si chiedono cosa diavolo tu abbia fatto del volante.

È l’una passata, perciò la prima tappa è il centro nevralgico dell’universo dublinese: il pub. Lasciate perdere i ristoranti, qui a tutte le ore si mangia e si beve in posti come quello che scegliamo noi, l’O’Shea’s Merchant: tavoli in legno, un bel bancone, foto stinte alle pareti e un cameriere che dice “thank you” anche quando viene a portare via i bicchieri. Cominciamo con l’ovvia pinta di Guinness e accanto una porzione oceanica di irish stew: stufato di carne d’agnello cotta a fuoco lento con cipolla, prezzemolo, patate, rosmarino e timo (ma le verdure possono variare) che si sposa alla grande col ricco pane alla soda d’accompagnamento.

Riguadagniamo la strada. Piove. Vabbé, smetterà. Dopo un po’ non ci fai più caso, ti infili il k-way da corsa e fai come gli irlandesi: ti bagni. Il pomeriggio inizia tra i resti della St. Auden Church, la più antica chiesa parrocchiale della città, e una delle “due cattedrali” di Dublino, la non memorabile Christ Church Cathedral, con accanto anche le rovine dell’antico edificio normanno che occupava l’area nei primi secoli nell’anno mille. Poi tocca agli spazi ordinati del Trinity College, prestigiosa università che può vantare tra i suoi “dottori” personaggi del calibro di Samuel Beckett e Oscar Wilde e conserva nella sua old library lo splendido “Book of Kells”, uno dei più antichi (800 d.C.) manoscritti miniati esistenti al mondo. Una puntata nel primo degli splendidi parchi che punteggiano la città, il St Stephen’s Green, e poi si passa per la zona di Temple Bar, con decine di pub che risuonano di idiomi stranieri e musica, per Grafton Street con gli artisti di strada e la statua della prosperosa eroina popolare Molly Malone e infine per l’amplissima O’Connell Street, una passeggiata con le statue di alcuni eroi dell’indipendenza e lo storico ufficio postale che fanno quasi dimenticare l’inquietante monumento a forma di ago alto più di 60 metri dal significato tutto da inventare.

Un tributo a Oscar Wilde con la sua casa natale di Merrion Square e un occhio incuriosito all’architettura della “zona georgiana”, fatta di case basse dai portoni multicolori, e si arriva al momento della cena. La scelta cade su O’Neill’s, che anche se non ci offre nulla di clamorosamente tipico apre uno scorcio sull’idea del paradiso per i dublinesi: pub, birra (Guinness of course), un evento sportivo in tv (impossibile per un non irlandese capire come funzioni il calcio gaelico) e alla fine, musica. Ballate e pezzi ritmati con chitarre, fisarmoniche, violini e altri strumenti (compresi i cucchiai, utilizzati con una maestria impressionante). Le parole di “Dirty Old Town”, resa famosa dai “Dubliners”, ci portano così a fine serata.

La mattina successiva piove. Vabbé, smetterà. Non ti senti abbastanza uomo per un’Irish breakfast (salsicce, bacon, sanguinaccio, carne di maiale, uova e pomodori) e ti accontenti di uno scone, focaccina dolce un po’ secca da domare con una tazza di caffè. Risali in macchina, ti dirigi dapprima ai Memorial Gardens, con i canottieri che si allenano e un tributo ai caduti in guerra fatto soprattutto di giardini lussureggianti. Sempre su quattro ruote percorri poi gli sterminati viali di Phoenix Park (oltre 700 ettari di parco) con monumenti, residenze di pregio, campi per praticare qualsiasi sport esistente e piccoli gruppi di daini che si muovono neanche troppo spauriti tra gli alberi. La tappa successiva è il carcere-museo Kilmainham Gaol, che ha “ospitato” tutti i nomi più importanti del nazionalismo irlandese. Difficile non cedere all’emozione vedendo le celle anguste della parte più antica, la grande sala centrale che fu anche il set dello splendido “Nel nome del padre” e il piazzale dove furono barbaramente fucilati i 14 leader dell’insurrezione di Pasqua del 1916.

Si esce, la fame è un po’ passata ma onoriamo ugualmente l’ora di pranzo al The brazen head: il menù prevede bacon and cabbage (cavolo e pancetta), pietanza sorprendentemente saporita grazie anche alla salsa al prezzemolo di guarnizione. Un paio d’ore di concerto di un gruppo di attempati suonatori con grande partecipazione del pubblico e poi si va fuori città verso due paesini sul mare: Howth, dove si segnalano i percorsi escursionistici e le foche nel porto, e Malahide, più chic ma anche meno affascinante. La giornata si conclude qui, all’insegna dello street food: fish and chips con panatura spessa un dito guardando dritto in faccia il mare d’Irlanda.

L’indomani, rimane un pugno di ore, da dividere tra la suggestiva St Patrick’s Cathedral, austera e con la particolarità di unire nel ricco corredo scultoreo testimonianze religiose a una sorta di pantheon civile (da notare la tomba di Jonathan Swift che qui fu decano nel XVIII secolo), un veloce passaggio dedicato al castello di Dublino e all’attigua Chester Beatty Library e una foto davanti ai cancelli della fabbrica della Guinness. E proprio alla mitica bevanda locale è dedicato l’ultimo pranzo al Bruxelles, vicino a Grafton Street: pinta d’ordinanza e spezzatino di manzo aromatizzato proprio con la scurissima birra. Un irish coffee, un cd di musica celtica e poi via verso l’aeroporto. Non piove più. Peccato.

di Paolo Scandale

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