Sankt Oberholz è l’ombelico di un mondo. Al 2° piano di Rosenthaler Straße 72a, tra le scrivanie degli spazi riservati al co-working dove molte start up hanno la loro sede, si fabbrica il futuro dell‘imprenditoria europea 2.0. Di sotto, al 1° piano, quel futuro si comincia ad immaginarlo davanti a un caffè. Sankt Oberholz è il simbolo di una scena, di un momentum in cui vivono Fabio come Silvia, Francesco, Emanuela, in quel piccolo ecosistema in fermento che è la scena hi-tech italiana a Berlino. Un formicaio fatto di minuscole realtà create da 20enni che stanno attecchendo come muschio nella capitale tedesca, in cui giovani informatici si trasferiscono da ogni dove per realizzare le loro idee. E stanno trasformando Berlino nella Silicon Valley d’Europa.

“Io e il mio team siamo rimasti nel bar tre settimane a progettare la nostra start up – racconta Fabio Corfone, 27 anni, di Foggia, creatore di Marzapane.de – nessuno ci ha mai chiesto se avessimo consumato o no. L’atmosfera così easy e propositiva ti dà l’impressione che tutto sia possibile”. Italiani a Berlino tra la realtà e il sogno. La maggior parte inizia lavorando in aziende customer oriented, che producono app, social network e servizi, sperando prima o poi di mettersi in proprio, lavorando anche di notte alla propria idea. Poi ci si butta. Fabio, un passato tra i pionieri di Zalando e poi come senior consulting in una grossa firm di consulenza, ha lasciato un lavoro a tempo indeterminato per lanciare la sua start up. “Con Zalando l’idea era quella di vendere scarpe tedesche agli italiani sul web. Ora voglio provare a vendere cibo italiano ai tedeschi”. Così ha fondato Marzapane: “E’ un servizio in abbonamento che in Germania consente di ricevere a casa una box con tutti gli ingredienti per una cena italiana. Ora stiamo pensando al lancio negli Usa”.

“E’ questione di ambiente, di humus culturale – racconta Silvia Foglia, 35 anni, di Chiari, provincia di Brescia – qui c’è la possibilità di incontrare i migliori giovani del settore, confrontarsi e far nascere progetti insieme”. Arrivata a Berlino nel 2009, Silvia è entrata in Twago, un market place che mette in contatto le aziende con i professionisti di cui hanno bisogno, la start up è cresciuta e oggi Silvia è responsabile del mercato italiano. “Gli italiani? – racconta – siamo tanti, arriva gente in gambissima”. Per metterla in contatto un anno e mezzo fa Silvia ha fondato DigItaly Berlin, una community che oggi raccoglie più di 500 ragazzi. “Ogni settimana arrivano decine di richieste di adesione. Tutto è nato da un semplice gruppo su Facebook, quindi la voce si è sparsa. La prima volta ci siamo ritrovati in un bar, poi gli incontri sono aumentati. Il nostro scopo è confrontarci, mettere in comune le nostre esperienze, positive e negative”.

Perché proprio Berlino, se Londra è il maggiore hub hi-tech d’Europa? “E’ più economica – racconta Francesco Baschieri, 37 anni, di Bologna, – si trovano uffici tra i 100 e i 200 euro a postazione, e le case costano poco”. Francesco è il creatore di Spreaker.com: “E’ un’app che permette di condividere contenuti audio, in pratica un’emittente radio sullo smartphone“. Francesco l’ha fondata nel 2010 in Italia, poi l’ha trasferita negli Usa: “Siamo stati a San Francisco per 2 anni, poi per problemi di visto sono tornato a casa per un periodo e in quel momento si è venuta a creare un’opportunità che ci avrebbe consentito di duplicare l’organico da 7 a 14 persone. Abbiamo contattato persone tra Rimini e Bologna, l’idea era di aprire una sede a Roma o Milano, ma nessuno ci ha voluto seguire. Quando abbiamo deciso di venire a Berlino, hanno accettato tutti”. Perché? “Hanno detto: “Vado a Berlino e ci provo, se mi va male lì un altro lavoro lo trovo, in Italia no”. 

I finanziamenti sono arrivati dagli Usa: “Rispetto alla Silicon Valley qui mancano i finanziatori seriali, quelli in grado di far fare il salto di qualità all’ambiente, ma le cose stanno cambiando”, conclude Francesco. “E’ vero – conferma Emanuela Tumolo, classe ’77, di Lecce, cofondatrice di frestyl, un’app per la scoperta last minute di eventi musicali – noi stiamo concludendo con vari investitori di Berlino”; frestyl è una realtà tutta al femminile, Emanuela l’ha creata nel 2009 in Italia con due amiche: Arianna Bassoli e Johanna Brewer (nella foto). “Per crescere abbiamo scelto l’esperienza di un acceleratore a Berlino, Startupbootcamp, e quest’estate lanceremo il prodotto in Germania”. L’Italia è indietro: “Manca un centro di aggregazione, lì ognuno pensa per sé, ogni paesello che ha due start up vuole farsi la sua Silicon Valley”. Ma Berlino non è un gioco. “La burocrazia si fa sentire – continua Emanuela – la lingua è un ostacolo e alla fine le start up che ce la fanno sono tra il 3 e il 5%”.  Tra un passo in avanti e tre indietro, le formiche italiane di Berlino non si fermano mai.