Edward Snowden ha chiesto asilo politico anche all’Italia. Ma la richiesta di aiuto, come spiega una fonte della Farnesina, presenta un’anomalia procedurale perché presentata via fax. La procedura prevede infatti che il richiedente di asilo si trovi sul territorio del Paese a cui si rivolge. Il governo italiano sta valutando il caso e si pronuncerà presto.

Snowden ha chiesto aiuto in totale a 21 Paesi, come si legge sul sito Wikileaks, fondato da Julian Assange. E si è rivolto a Roma dopo la risposta di Mosca che ha imbarazzato Washington. Il premier russo ha precisato ieri che “la Russia non sta estradando nessuno e non lo farà”, sottolineando però che “se Snowden vuole stare a Mosca deve cessare il suo lavoro volto a danneggiare i nostri partner americani”. Il leader del Cremlino si rifiuta di estradare la talpa “anche perché negli Stati Uniti c’è la pena di morte“, ha avvertito Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino.

Il premier russo Vladimir Putin ha poi detto che Snowden “si sente come Sakharov“, il famoso dissidente sovietico. “Lui si sente non un agente della Cia ma un combattente per i diritti dell’uomo, un dissidente”, ha detto, “…cioè una specie di Sakharov”. In un primo momento sembrava che il “fuggitivo” avesse chiesto aiuto anche a Mosca. Ma Snowden – secondo Peskov – ha cambiato idea e ha rinunciato all’intenzione di chiedere asilo politico in Russia dopo aver saputo la posizione di Putin.

Tra i principali Paesi che hanno ricevuto richiesta di aiuto da parte di Snowden ci sono India (che ha rigettato istanza), Germania, Francia, Spagna (che ritiene la richiesta di asilo inammissibile), Austria (che ha fatto sapere che la richiesta non può essere presentata in ambasciata), Bolivia, Brasile, Cina, Cuba, Finlandia e Svizzera. Le richieste di asilo sono state presentate il 30 giugno scorso al consolato russo dell’aeroporto moscovita, nella cui zona di transito si trova Snowden, da Sara Harrison, avvocato attivista di Wikileaks.

“La Bolivia è pronta a esaminare l’asilo politico per Snowden”, ha detto il presidente boliviano Evo Morales in una intervista alla tv Russia Today, vicina al Cremlino. “Sì, perché no?”, ha risposto Morales a una domanda sul tema. Il capo dello Stato boliviano ha precisato che il suo Paese non ha ancora ricevuto una richiesta in tal senso ma che “se ci sarà siamo pronti a esaminarla, siamo pronti alle trattative”.

Stati Uniti ed Europa si trovano ora ai ferri corti, dopo le ultime rivelazioni del datagate. Lo spionaggio dell’Europa da parte degli Stati Uniti deve cessare “immediatamente”, ha chiesto a Washington il presidente francese Francois Hollande. Parole dure, almeno quanto quelle del portavoce del governo tedesco: “Bisogna ricostruire la fiducia con gli Stati Uniti”. Mentre il segretario di Stato Usa, John Kerry, si è giustificato dicendo che “una ricerca di informazioni non è inusuale”.

Nel dibattito si è inserito anche il Giappone, che ha chiesto chiarimenti a Washington sull’inclusione di Tokyo nel piano Prism della National Security Agency, rivelata dall’ex contractor dell’agenzia americana. “Attualmente stiamo verificando la conferma”, ha affermato il portavoce del governo, Yoshihide Suga, su quanto pubblicato domenica dal quotidiano britannico The Guardian in merito al fatto che il Tokyo avrebbe fatto parte dei 38 obiettivi monitorati dall’Agenzia americana sulla sicurezza.