Un inedito assoluto nella storia della Chiesa. Il 5 luglio Papa Francesco promulgherà quella che può essere considerata la prima enciclica a quattro mani. “Lumen fidei”, luce della fede, questo il titolo del documento pontificio preparato da Benedetto XVI nei suoi ultimi mesi di pontificato ed “ereditato” da Bergoglio che ha deciso di renderlo pubblico limitandosi a integrarlo con una breve introduzione per spiegare la genesi di questo testo papale.

A presentare l’enciclica alla stampa, venerdì prossimo, saranno il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi, monsignor Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

Si tratta di un testo non molto lungo nell’estensione, come ha spiegato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, che è stato scritto da Ratzinger per completare la sua trilogia sulle virtù teologali, fede, speranza e carità. Un documento che, nelle intenzioni del Papa emerito, doveva vedere la luce nell’Anno della fede e completare il lavoro iniziato con le due encicliche “Deus caritas est” e “Spe salvi”. La rinuncia al pontificato, però, ha modificato il programma e, sebbene il documento fosse già pronto, Benedetto XVI ha preferito non promulgarlo alla fine del suo breve regno, ma affidarlo al suo successore.

Francesco, che ha ricevuto il testo direttamente dalle mani di Ratzinger quando è andato a trovarlo a Castel Gandolo il 23 marzo scorso, ha deciso di fare sua quella che sarà la sua prima enciclica. Un documento solitamente programmatico del pontificato ma che in questo caso non esprimerà soltanto il pensiero di Papa Francesco sul tema della fede e della nuova evangelizzazione, bensì anche quello del suo diretto e vivente predecessore.

Benedetto XVI, all’inizio del suo pontificato, decise, sorprendendo tutti gli osservatori, di scrivere la prima della sue tre encicliche sul tema dell’amore, soffermandosi sull’eros e sull’agape che, secondo Ratzinger, non devono essere visti come due dimensioni contrapposte ma, anzi, entrambe concorrono allo stesso sentimento. Giovanni Paolo II, invece, aprì il suo pontificato con l’enciclica “Redemptor hominis”. Un testo che fu sicuramente profetico e che guardava già al terzo millennio cristiano. “Gesù Cristo – scrisse Wojtyla – è centro del cosmo e della storia. A lui si rivolgono il mio pensiero e il mio cuore in questa ora solenne, che la Chiesa e l’intera famiglia dell’umanità contemporanea stanno vivendo. Infatti, questo tempo, nel quale Dio per un suo arcano disegno, dopo il prediletto predecessore Giovanni Paolo I, mi ha affidato il servizio universale collegato con la Cattedra di San Pietro a Roma, è già molto vicino all’anno Duemila.

È difficile – proseguì Wojtyla – dire, in questo momento, che cosa quell’anno segnerà sul quadrante della storia umana, e come esso sarà per i singoli popoli, nazioni, paesi e continenti, benché sin d’ora si tenti di prevedere taluni eventi”. E sempre in quella sua prima enciclica Giovanni Paolo II svelò la formula con la quale, il 16 ottobre 1978, aveva accettato l’elezione al pontificato. “Risposi allora: ‘Obbedendo nella fede a Cristo, mio Signore, confidando nella Madre di Cristo e della Chiesa, nonostante le così grandi difficoltà, io accetto'”. Al termine dei suoi ventisette anni di pontificato le encicliche di Wojtyla saranno quattordici.

Twitter: @FrancescoGrana