Sono  22mila i dipendenti di Telecom Italia destinati a passare in Opac, la nuova società che conterrà la rete telefonica di cui la Cassa Depositi e Prestiti è candidata a rilevare una quota compresa tra il 25 e il 30 per cento. La conferma è arrivata dal presidente del gruppo di telecomunicazioni, Franco Bernabé, nel corso di un’audizione al Senato. E la cifra non è da poco se si pensa che attualmente sulla divisione Telecom impiega solo 11-12mila persone su un totale di 78mila dipendenti.

Non solo. Secondo Bernabè Opac avrà anche “una quota del debito organico sostenibile”, anche se “l’operazione non ha la finalità di migliorare la situazione debitoria del gruppo” che è vicina a 28 miliardi di euro, ma “di migliorare la redditività degli investimenti infrastrutturali e sarà sostanzialmente neutrale dal punto di vista del rating”.

E proprio su questo tema, insieme a quello strettamente correlato della valorizzazione della rete, ruotano le trattive tra il gruppo di telecomunicazioni controllato da Intesa, Mediobanca, Generali e Telefonica e le Autority di controllo che tra il resto dovranno fissare dei paletti sui costi di accesso per gli altri operatori, fonte principale della redditività dell’infrastruttura, ma anche tema piuttosto scivoloso sul fronte della libera concorrenza.

”Se ci sono le condizioni di redditività – ha quindi detto Bernabè – qualsiasi fondo è interessato, soprattutto infrastrutturale, anche perchè la liquidità in giro c’è. Ma ci vogliono redditività e stabilità delle condizioni regolatorie, perchè i fondi non vogliono incertezza”. Nessuna risposta, invece, alla domanda dei cronisti se vi siano già contatti o manifestazioni d’interesse.

Discorso analogo per la Cassa Depositi e Prestiti. Si tratta di un investitore, ha detto il presidente di Telecom, “che deve avere una sua redditività, perchè se questa non c’è gli investimenti non li fa nessuno”. Bernabè ha poi alzato la posta sostenendo che “Telecom potrebbe anche fare l’operazione da sola”, ma “occorre costruire le condizioni complessive per lo sviluppo del Paese”. La partecipazione della Cdp, in questo senso, “aiuta ad accelerare le cose”, è stato il suo ragionamento. Che è culminato nell’idea che con la certezza della redditività dell’investimento “l’operazione non costerà niente a Cdp perchè verrà remunerata”, ha detto senza soffermarsi sul legame tra il ritorno economico e il costo iniziale dell’investimento.

Il numero uno di Telecom si è quindi difeso e ha ribadito il concetto, “non si tratta di sussidi pubblici che finanziano il settore, il settore si regge da solo purchè le condizioni di redditività siano adeguate”. Per quanto riguarda poi i colloqui proprio con Cdp, Bernabè ha sottolineato che “con Cassa c’è un progetto importante per il Paese, un progetto nazionale di accelerazione degli investimenti”.

Comunque, ha detto ancora Bernabè riferendosi a “maliziosi” rilievi da parte degli altri operatori, il progetto “non mira ad eliminare le regole” ma, “al contrario, rafforza il controllo sulla non discriminazione assicurando la fornitura di prodotti e servizi pienamente equivalenti, così da incentivare le dinamiche concorrenziali a beneficio dei consumatori in termini di scelta, qualità e prezzi”. Certo è, sempre secondo il manager, che non disponendo più di una propria rete, Telecom “opererà sul mercato al pari degli operatori alternativi”, quindi “le regole da applicare nei mercati a valle dovrebbero attenuarsi per favorire lo sviluppo di una concorrenza più efficiente”.

Nel nuovo assetto, insomma, la nuova Telecom senza la rete, convenzionalmente chiamata TI ServiceCo, “dovrà essere messa in condizioni di competere ad armi pari con gli altri attori del mercato al dettaglio, senza essere più gravata da regole asimmetriche introdotte prima della separazione strutturale”. Al termine di questo percorso, ha concluso, “TI ServiceCo sarà necessariamente molto diversa: meno dipendente dalle infrastrutture e molto più orientata all’eccellenza del servizio”. Dell’altra società, Opac, Bernabè ha specificato con dovizia di particolari tutto ciò che conterrà, dai cavidotti ai doppini, dagli armadi agli apparati elettronici, fino appunto ai 22mila dipendenti.