”Il rinnovato attacco della Procura di Palermo al Presidente Napolitano, e cioè a quella che è non solo la figura istituzionale di maggiore rilievo, ma anche la personalità di maggior prestigio dalla quale dipende per larga parte la stabilità e le possibilità di modernizzazione del quadro politico e istituzionale, è evidente che esiste un nucleo sia pur ristretto di magistrati che vuole destabilizzare tutto il sistema”.

Lo ha dichiarato in una nota il deputato del Pdl Fabrizio Cicchitto a proposito dell’inserimento del capo dello Stato  nell’elenco dei 176 testimoni che il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia hanno depositato nella cancelleria della corte d’Assise. Il processo sul patto sotterraneo siglato tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra prenderà il via il prossimo 27 maggio a Palermo. E l’accusa vuole che sul banco dei testimoni salga anche il presidente della Repubblica, recentemente riconfermato per la seconda volta al Quirinale. L’oggetto della testimonianza di Napolitano è legato ad uno scambio di lettere con il suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, deceduto nel luglio scorso..

“Assai singolare”, ha commentato al Mattino Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale e vice presidente del Csm. “Nella sostanza, si chiede che il presidente Napolitano venga chiamato a illustrare, o a dare delucidazioni, su atti e attività che riguardano il suo ufficio espressione di un’attività istituzionale”, spiega. “Si cercano chiarimenti su atti pubblici, la famosa lettera del consigliere del Quirinale, Loris D’Ambrosio, cui rispondeva il capo dello Stato. Documenti resi di dominio pubblico già da tempo. Non vedo l’utilità processuale di una testimonianza su questo atto”, ha ggiunto. “Un parlamentare non può, nelle sue interrogazioni al governo, entrare nel merito dell’attività istituzionale del capo dello Stato. Non è nelle sue prerogative. Per analogia, non credo che un’autorità giudiziaria possa entrare nel merito dell’attività d’ufficio del presidente della Repubblica”. Se la richiesta dovesse essere accolta, aggiunge Mirabelli, “potrebbe derivarne un altro possibile conflitto istituzionale”.