“Innovazione, esperienza e competenza”. Questo l’identikit della squadra di governo nelle intenzioni del premier incaricato Enrico Letta. Come dire: fuori la “vecchia guardia” che ha imperversato nel ventennio della Seconda Repubblica e largo alla “nuova generazione” post ideologica. Ma la novità che il premier incaricato vorrebbe lanciare (pur ammettendo lui stesso qualche illustre eccezione) crea malumori e “mal di pancia” nei due partiti maggiori azionisti del governo. Soprattutto, manco a dirlo, nel Partito democratico già dilaniato dalle vicende parlamentari della scorsa settimana.

IL “RICAMBIO GENERAZIONALE” DI LETTA – Grazie alla moral suasion del Capo dello Stato e al placet di Silvio Berlusconi, il governo Letta potrebbe così realizzare il “ricambio” della classe politica attraverso la porta principale di palazzo Chigi piuttosto che le forche caudine dei partiti, dove il peso degli establishment rimane condizionante. Un rinnovamento sulla falsa riga delle stesse parole con cui Giorgio Napolitano aveva annunciato la preferenza per il vicesegretario del Pd rispetto a Giuliano Amato: “Serve una personalità che abbia esperienza, ma che dia anche un segno d’innovazione”, annunciava il presidente la sera prima di incaricare Letta. Che ora lo prende in parola, sostenendo che vuole sì un esecutivo di persone capaci di “accendere la macchina del singolo ministero senza fare scuola guida”, ma anche “che non abbiano 40 anni di carriera alle spalle”. Il “ricambio” trapela sin dalle colonne dei principali quotidiani, come Repubblica e il Corriere. Anche perché l’innovazione è direttamente proporzionale alla “digeribilità” del governo tanto per il Pdl come per il Pd, con buona pace dei “ricatti” denunciati da L’Unità per far fallire Letta; che a sua volta certo non “tira la corda” come lamenta Il Giornale. “Tutti, e soprattutto i malpancisti, sono convinti che digeribilità governo passa attraverso il fatto che non riciccino quelli della vecchia guardia”, rileva dunque il renziano Roberto Giachetti. Se infatti i falchi azzurri contestano l’”inaffidabilità” del Pd, il dissenso democratico guarda agli “impresentabili” della propria nomenklatura persino più che a quelli del Pdl. Il gioco dei veti incrociati tra e nei partiti può perciò avvantaggiare Letta e la carica degli “innovatori” che lo supportano dentro e fuori il Pd. “Del resto è un diritto dovere del premier indicare i ministri che poi giurano nella mani di Napolitano”, come chiosa allusivo il lettiano Francesco Sanna.

LA MORAL SUASION DEL COLLE SUL PDL – “Comincio a intravedere un po’ di sereno”, può congedarsi Letta al termine della seconda, intesa giornata di consultazioni con le forze politiche. Un “ottimismo” frutto del lungo faccia a faccia con la delegazione del Pdl guidata da Angelino Alfano. E ancor più dei segnali distensivi lanciati da Berlusconi in persona. “Non possiamo pretendere un accordo al cento per cento, ma ho sentito i miei molto confortati”, manda a dire in Cavaliere via TgCom24, negando “problemi veri” e postulando “di non voler nemmeno pensare a un fallimento”. Perfino la pretesa restituzione dell’Imu va inserita “in un quadro generale” secondo Berlusconi; che si autoesclude dal totoministri a scapito di chi lo voleva in corsa per bilanciare Massimo D’Alema agli esteri. Potrebbe anzi tramontare pure la candidatura di Renato Brunetta a far da garante della politica fiscale del Pdl, sebbene per i più malevoli il problema sia che “in realtà non lo sopporta nessuno come capogruppo”. Per il dicastero di via XX settembre si profilano allora il direttore di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, prediletto da Napaolitano, e il capo economista dell’Ocse Pier Carlo Padoan.

Dal lungo braccio di ferro a palazzo Grazioli sono così usciti sconfitti i falchi che premevano per elezioni e ministri indigesti al Pd. Certo, “Berlusconi avrebbe preferito Amato”, riconosce Augusto Minzolini, negando tuttavia che il Cavaliere abbia opposto veti anche su Renzi; che semmai “ha usato mediaticamente il mancato incarico per rifarsi una verginità” agli occhi dei democratici che lo imputavano di intelligenza col nemico per il pranzo di Arcore. Da fautore del voto anticipato appena riformata la legge elettorale, per Minzolini il problema è che “abbiamo fatto un accordo con Napolitano senza sapere quali garanzie di tenuta offre il Pd…”.

Ma in verità Berlusconi si sarebbe “alquanto incazzato” perché “Alfano non ha lavorato per il Dottor sottile preferendo andare su Letta”, rivela l’ex senatore azzurro Paolo Amato, transfuga con Beppe Pisanu nella fila centriste. Solo che Berlusconi ha preferito fare buon viso anche a costo di scontentare i fedelissimi della prim’ora. Forse per le minacce di Napolitano, che secondo indiscrezioni avrebbe addirittura paventato di dimettersi senza sciogliere le camere, così da prospettare l’elezione al Colle dei vituperati Romano Prodi o Stefano Rodotà coi voti 5 stelle. Certo è che, dopo essersi cucito addosso per due mesi i panni di “statista”, adesso Berlusconi non vuol andare al voto additato come responsabile del fallimento. Anche se “si è reso conto che nello sfascio dei partiti le posizioni di potere istituzionale, tipo presidenza consiglio e anche Quirinale, diventano terreno di un ricambio generazione che una volta si sarebbe realizzato dentro i partiti”, continua Amato. D’altra parte il neodeputato azzurro Luca D’Alessandro ha ben d’onde di rilevare che nel Pdl “abbiamo sempre avuto giovani in ogni posizione” col beneplacito in primis del cavaliere. Cosicché per il governo s’avanzano in azzurro le matricole Beatrice Lorenzin e Maurizio Lupi. E se Alfano sarà vicepremier (e ministro degli interni), lo affiancherà Mario Mauro per Scelta Civica, da dove lo stesso Maro Monti si fa da parte a La7 dichiarando l’esigenza di “ricambio”.

NEL PD TANTA SOFFERENZA E POCHI NO – Per quanto occupi la poltrona di premier cui aspira, in casa Pd Renzi è il primo a augurarsi il successo di “innovazione” di Letta. Il sindaco si dice sicuro che non ci saranno defezioni sulla fiducia, bocciando anche come “prematura” ogni ritorsione nei riguardi dissensi che pure rappresenterebbero “un problemino”. Replica Laura Puppato dicendo di non sapere da dove Renzi tragga le proprie “certezze” e prevedendo “una ventina” di voti contro il governo, sebbene di dentro lo stesso Pd escludano che la senatrice voti contro la fiducia dal momento che “sarà sottosegretario”. E’ invece l’onnipresente Giuseppe Civati che, annunciando il suo voto contrario, paventa una “cinquantina” di malpancisti, di cui calcola che “la metà” voteranno contro la fiducia. “Se per questo quelli che soffrono sono anche di più”, riconosce da Strasburgo Sergio Cofferati che, prevedendo “il peggio”, ha chiesto di “anticipare il congresso”. Coloro che invece voteranno contro la fiducia per il cinese “saranno molti meno”: probabilmente una decina, gli stessi dieci voti presi da Rodotà al VI scrutinio che ha rieletto Napolitano.

I “volti nuovi” sono perciò un ottimo viatico anche per il partito di Letta. Vale per gli “impresentabili” del Pdl; anche se, come osserva Cofferati, “a essere coerenti nel Pdl non ce ne sarebbero di persone non discutibili”. Ma vale anche di più per quelli dello stesso Pd: a cominciare dall’ex leader maximo D’Alema, il cui spettro incombe persino suo malgrado. A questo proposito, se la moral suasion del capo dello stato ha agito sul Pdl, non sarà da meno nei riguardi del Pd. Ma semmai è Letta che ha dovuto persuadere Napolitano a rinunciare in nome del “ricambio” a figure “di fiducia” come Amato e D’Alema, da sempre preferite dal leader migliorista in confronto ai successori Walter Veltroni, Piero Fassino e Pierluigi Bersani. Anche se il rischio è che, proprio rimanendo fuori dal governo, l’establishment si getti a maggior ragione nella battaglia congressuale del Pd. Tanto che il sindaco di Firenze diffonde l’auspicio che il nuovo governo mandi “tutti a casa…” sgomberando il campo una volta per tutte. Per quanto lo definisca “prematuro”, Renzi guarda infatti alla corsa per la segreteria che dovrebbe opporlo a Fabrizio Barca, il ministro uscente da poco iscritto dopo aver sempre votato “alla sinistra” del Pd. Dopo che i giovani turchi hanno abbandonato Bersani per patteggiare col sindaco, sarebbero stati proprio l’ex segretario e la componente post diessina a rivolgersi a Barca per tirare le fila di una sinistra interna che Livia Turco prevede “molto ampia” in vista del congresso. Sebbene ci sia chi nota come dopo la diarchia degli ex comunisti D’Alema-Veltroni si faccia strada quella “gli ex democristiani Letta-Renzi proprio come quando De Mita e Forlani presero il potere nella Dc”.