Per il sindaco Gianni Alemanno è un bel colpo di fortuna nel mezzo di una delicata campagna elettorale. Un successo politico inatteso sulla scia della sentenza del Tribunale di Roma che restituisce al Campidoglio il 75% delle azioni della Centrale del latte della Capitale vendute alla Cirio di Sergio Cragnotti, nel lontano 1998, dalla giunta di centrosinistra, guidata da Francesco Rutelli con assessore alle politiche economiche, Linda Lanzillotta.

All’epoca dei fatti, la gara pubblica di privatizzazione, vinta da Cirio per la cifra di 80 miliardi di vecchie lire, prevedeva infatti una clausola che impediva la vendita della società per cinque anni, pena la risoluzione automatica del contratto e il versamento di una penale. L’impegno però, appena dodici mesi dopo, venne disatteso da Cragnotti il quale, causa imminente bancarotta, cedette a Parmalat l’intera divisione del latte di Cirio, Eurolat, in cui era confluita anche la Centrale del latte, per il valore di 780 miliardi di lire.

Una vecchia storia che, se da un lato gioca a favore dell’attuale sindaco di Roma che porta a casa un pacchetto di titoli dal valore di 95 milioni di euro, dall’altro rappresenta un duro colpo per Parmalat: il consiglio di amministrazione della società di Collecchio è stato costretto a ritirare il progetto di bilancio 2012, mentre i rappresentanti dei lavoratori hanno subito espresso “profonda preoccupazione per il futuro occupazionale della società romana e dell’intero gruppo Parmalat”.

Per Cgil, Cisl e Uil, “siamo, in realtà, di fronte, all’ennesimo pasticcio all’italiana che rischia di mettere in crisi l’asset industriale dell’impianto” perché “il piano finanziario della Parmalat non regge senza i risultati della Centrale del Latte di Roma”. Detto in altri termini, un vero disastro in termini di gestione aziendale contro il quale i sindacati chiedono una soluzione extragiudiziale “che salvi l’attuale perimetro di Parmalat” e riconosca al Comune di Roma il giusto risarcimento per la vendita.

Intanto, nel corso dell’assemblea degli azionisti, sulla base di una integrazione al bilancio chiesta dalla Consob e dalla Procura di Parma sui conti di Lactalis America Group (Lag), il consulente di Parmalat PricewaterhouseCoopers ha richiesto una revisione al ribasso dei valori della società americana per il 2012 sostenendo indirettamente le ragioni della richiesta di una maxisconto da 144 milioni di dollari a favore di Parmalat nell’ambito di un’operazione sospettata di voler trasferire alla controllante francese Lactalis la liquidità accumulata nelle casse di Collecchio dall’ex commissario Enrico Bondi grazie alle cause vinte contro le banche dopo il crac targato Tanzi. Una faccenda, quella dello sconto di Lag, che per il presidente di Parmalat, Franco Tatò, “andrà a finire benissimo” con un minor esborso di cassa per Collecchio.

Ma i piccoli soci sono tesi. Il fondo Amber, ad esempio, ha espresso “forti dubbi sulla correttezza dell’operato del cda”, sottolineando che il collegio sindacale è decaduto con due persone dimesse e una terza sospesa dal Tribunale di Parma e che il consigliere Marco Reboa, nonostante una sentenza abbia stabilito che non ha i requisiti di indipendenza, fa ancora parte del cda. “Prediamo atto con rammarico – ha spiegato il rappresentante del fondo – che una società italiana opera non rispettando il proprio statuto e in spregio alla decisione di un tribunale”. Decisioni che saranno nuovamente affrontate il prossimo 10 maggio a Bologna, quando la Corte d’appello dovrà decidere sulla richiesta di sospensiva del decreto del Tribunale di Parma che ha nominato un commissario ad acta per andare a fondo sulla procedura di acquisto di Lag da parte di Collecchio. Lo stesso decreto che ha inibito al consigliere Antonio Sala, presidente di Lactalis Italia, di partecipare ai cda di Parmalat e ha tolto i requisiti di indipendenza a Reboa.

Quello del 10 maggio non sarà il solo appuntamento in Tribunale per Collecchio che non rietiene ancora chiusa la partita della Centrale del latte: Tatò ha già ha già annunciato il ricorso contro la decisione che ha restituito la società al Comune guidato da Alemanno. E intanto il sindaco di Roma incassa un momento di popolarità dopo la buia polemica sul rinnovo, ad una manciata di giorni dalle elezioni, del consiglio di amministrazione della multiutility Acea, controllata al 51% dal comune capitolino, contro cui si è scagliato il candidato Pd, Ignazio Marino.