9.000 famiglie escluse dai contributi per la ricostruzione. A undici mesi dal terremoto che a maggio devastò l’Emilia, lasciando alle sue spalle 27 vittime e 16.000 sfollati, nel ‘cratere’ è tempo di bilanci. E di incertezza. Dalla selva di ordinanze emanate dal commissario straordinario Vasco Errani, 142 in tutto tra 2012 e inizio 2013, emergono ancora molti punti sui quali lavorare, e soprattutto una criticità: i fondi stanziati per la riedificazione dei 57 comuni colpiti dal sisma sono insufficienti. E le risorse non spetteranno a tutti i cittadini.

A fare i conti è il consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi, che ha calcolato che circa 9.000 famiglie saranno escluse dal finanziamento. Le ragioni sono tutte burocratiche. “Per prima cosa – spiega Filippi – le seconde case non sono comprese nelle norme per la ricostruzione”. La denominazione, però, include anche le abitazioni concesse in comodato, o quelle intestate, per esempio, a una coppia di coniugi ma occupate dai figli, per i quali lo stabile corrisponde alla prima casa. Ma non solo, anche le case classificate di tipo A non sono soggette ad alcun rimborso.

“Escluse dai finanziamenti pubblici sono anche le abitazioni che, in seguito al terremoto, hanno riportato danni ‘lievi’ – racconta Massimo Nicoletti, portavoce di Finale Emilia Terremotata Protesta – chi per esempio ha subito un danno di 10.000 euro dovrà pagare di tasca propria. Ma in una situazione economica come quella che si è creata nell’area del cratere, è difficile trovare qualche famiglia che abbia le risorse necessarie a sostenere il costo dei lavori”. La classificazione, del resto, non tiene conto delle disponibilità economiche della famiglia, “per la quale anche un danno da 3.000 euro potrebbe essere superiore alle proprie possibilità”, né di ciò che sarà necessario spendere, una volta riparato l’immobile, per riarredarlo, sottolinea Elisabetta Aldrovandi di Fratelli d’Italia, consigliere comunale di Medolla.

Anche perché, complice la crisi economica che dal 2008 martella l’Italia, disoccupazione e cassa integrazione sono all’ordine del giorno in un’Emilia che lotta con le unghie per rialzarsi in piedi. E la burocrazia, che ha ritardato di molto l’arrivo delle prime risorse stanziate dopo il terremoto, i contributi per l’autonoma sistemazione, ad esempio, ha reso necessario l’impiego, per molte famiglie, dei propri risparmi “per tirare avanti in attesa che i soldi arrivassero. Che poi, in realtà, non sono ancora arrivati per tutti. Anzi, pochissimi hanno già ricevuto il primo pagamento”.

Pochi cittadini, e ancor meno Comuni, che per utilizzare le risorse stanziate per ricostruire scuole, municipi e edifici pubblici hanno dovuto elaborare un “escamotage tecnico” affinché quelle stesse risorse non finissero congelate nelle casse delle amministrazioni a causa del patto di stabilità. “Con la Regione abbiamo stabilito che i soldi ci verranno versati solo quando avremo pagato le prime fatture alle aziende incaricate di effettuare i lavori – spiega Rudi Accorsi, sindaco di San Possidonio – il sistema è simile a quello adottato per le abitazioni: l’azienda lavora, noi la paghiamo e la Regione ci rimborsa. E’ il metodo migliore, perché se avessimo ricevuto tutti i soldi in un’unica tranche, il patto di stabilità avrebbe potuto impedirci di utilizzarli”.

“La verità – spiega Filippi – è che si continua a promettere ma si conclude poco. Sembra quasi che le ordinanze siano redatte apposta per non pagare nessuno”. Per le aziende, del resto, la situazione non presenta minori criticità. Escluse dai rimborsi post sisma sono tutte le imprese che non hanno dipendenti, quindi, ad esempio, tutte le Snc. “I casi sono tanti, ogni giorno riceviamo segnalazioni provenienti da imprenditori e artigiani che scoprono di non avere il diritto di ricevere i contributi – racconta Aldrovandi – due elettricisti che formano una società di cui sono entrambi soci sono esclusi dal rimborso, così come una piccola azienda che non ha impiegati e dipendenti. Eppure anche queste attività hanno capannoni, uffici, fabbricati danneggiati dal sisma che debbono essere ricostruiti. Come fanno se nessuno li aiuta?”.

E poi ci sono i proprietari degli immobili concessi in locazione. Le ordinanze prevedono che, nel caso di un capannone dato in affitto a un’attività, sia il titolare della suddetta attività a dover pagare i lavori necessari alla ricostruzione. Il titolare, non il proprietario dell’immobile. “Il problema – continua Aldrovandi – è che nessun titolare ha accettato di farsi carico delle spese, quindi molto spesso sono i proprietari dei capannoni a pagare, senza avere però diritto ad alcun rimborso”. E nessun tipo di rimborso è stato ancora calcolato per risarcire gli imprenditori dei danni ‘collaterali’ provocati dal terremoto, cioè quelli legati alle perdite di fatturato subite a causa del sisma.

A complicare la situazione, poi, è intervenuta l’ordinanza 35 del 20 marzo 2013, che definisce gli interventi di adeguamento sismico da effettuare obbligatoriamente sulla base della mappa di scuotimento. Che impone anche a chi non ha subito alcun danno in seguito al terremoto di affrontare i costi necessari ad adeguare i propri fabbricati secondo i criteri antisismici, “e parliamo di spese non inferiori alle centinaia di migliaia di euro”. Sempre senza aiuti.

“La mappa di scuotimento definisce scientificamente i confini geografici entro cui l’oscillazione provocata dalle scosse ha raggiunto intensità superiore o inferiore al 70% – spiega Alberto Borghi, sindaco di Bomporto – e tutte le imprese del cratere dovranno adeguare i propri immobili, su questo non si discute. Ciò che vorremmo sapere è semplice: dove prenderemo le risorse?”.

La verità, attaccano le associazioni nate nel ‘cratere’ in seguito al terremoto, “è che in questi mesi è andata in scena una recita in cui governo, Regione e banche ci hanno raccontato i successi ottenuti scaricando sugli altri la responsabilità degli evidenti insuccessi, e a noi terremotati hanno assegnato il ruolo dell’agnello da sacrificare sull’altare della crisi. Ora Pasqua è passata e gli agnelli emiliani dicono basta”. Per questo, per ottenere una risposta alle tante domande espresse dagli abitanti del cratere, tutti i comitati si sono riuniti e promettono battaglia. Si comincerà da un incontro, che si svolgerà il 15 aprile a Medolla, dove verrà presentata una raccolta firme per chiedere “maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano la ricostruzione”, ma se le istituzioni “continueranno a fare orecchie da mercante, dall’uovo di Pasqua uscirà qualche sorpresa”.