Alla fine la verità è venuta fuori. Una verità sempre negata, anche a muso duro e che oggi ha un suono; quelle delle parole dell’assassino. “Mi assumo la responsabilità dell’omicidio di Lea Garofalo” dice Carlo Cosco, ex compagno della donna di cui fu fatto scempio e condannato all’ergastolo in primo grado insieme agli altri cinque imputati. Lea, testimone di giustizia, venne uccisa nel novembre 2009. Le ultime immagini in vita sono quelle delle telecamere di sorveglianza del parco Sempione a Milano: Lea sale in macchina di Cosco. 

L’uomo, che ha sempre respinto ogni accusa, ha reso dichiarazioni spontanee durante la prima udienza del processo d’appello in corso a Milano. “Io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre. Guai a chi sfiora mia figlia, prego di ottenere un giorno il suo perdono”. Denise, coraggiosa testimone del processo di primo grado, subito dopo la scomparsa della madre rivelò i suoi sospetti sul padre ai carabinieri di Milano che avviarono le indagini. Con un processo che si è concluso con sei ergastoli.

Questo colpo di scena forse non arriva a sorpresa, perché va agli atti di una vicenda che era stata già rischiarata dalle dichiarazioni di uno degli imputati che ha confessato, a processo di primo grado conclusosi il 30 marzo dell’anno scorso, che Lea non fu sciolta nell’acido ma data alle fiamme. I giudici della Corte d’Assise di Milano nella motivazione avevano scritto che Lea era uccisa per “odio”. Massacrata da “criminali di mestiere e per scelta di vita”. All’ex compagno della vittima non furono concesse attenuanti perché ha dimostrato “disprezzo della vita e dei più nobili sentimenti famigliari”. I magistrati avevano anche definito il giudizio: un processo difficile quello contro “imputati imperterriti e imperturbabili”, silenti tranne quando hanno scelto di parlare per dire “menzogne”. Da qualche settimane questo quadro è cambiato, modificato forse da un verdetto di fine pena mai. Perché tutti fino alla sentenza avevano negato. Alcune settimane fa Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise anche lui condannato, ha raccontato a magistrati che Lea fu bruciata “finché rimase solo cenere”.

Il pm di Milano Maurizio Tatangelo, ad apertura del processo, disse: “A questo processo vi appassionerete, è una vicenda umana tragica” e che continua a riservare colpi di scena. Proprio per questa confessione post verdetto il sostituto procuratore generale di Milano ha chiesto di riaprire il processo. L’accusa chiede il “rinnovo dibattimentale” proprio in base alle rivelazioni di Venturino ora sottoposto a un programma di sorveglianza, l’audizione di Denise per sommarie informazioni sul riconoscimento di alcuni monili probabilmente appartenuti alla madre uccisa e l’audizione di alcuni testimoni. Richieste a cui si sono opposte alcune delle difese degli imputati.

Nel 1996 Lea lascia il compagno che era stato arrestato, nel 2002 sfuggendo alla “mentalità mafiosa” in cui era cresciuta, decide di svelare tutto quello che sapeva di omicidi ed estorsioni. Fino al 2009 Lea e Denise fanno parte di un programma di protezione e vagano per l’Italia in una sorta di via Crucis. Ma in aprile del 2009 la donna, che aveva solo 37 anni, smette i panni della testimone, forse perché sente il fiato sul collo di Cosco (che ha saputo dove si trova da un carabiniere), e dopo tredici anni cerca un contatto con lui. Cosco però, affiliato a una cosca della ’ndrangheta di Crotone “chiede l’autorizzazione a due capi-cosca per uccidere la Garofalo”, vuole la sua “vendetta”. Il movente di quest’uomo , cui non veniva fatta vedere la figlia quando era detenuto, è tutto in questa riflessione: non solo “lo straziante dolore di un genitore che a causa delle scelte dell’altro non vede più la figlia, non sono solo sentimenti di rabbia, di odio, di vendetta che provano quei genitori ai quali per le scelte dell’altro genitore vengono privati della quotidianità dei figli, vengono privati della gioia di vederli crescere, è qualcosa di più è il disonore, l’umiliazione provata per essere stato lasciato da Lea nel momento del suo arresto e per non vedere più la figlia per una decisione unilaterale della moglie”.