Giogio Napolitano resta ” fino alla fine del mandato”. Lo annuncia lui stesso al Quirinale, sottolineando ancora una volta che i tempi per la formazione si sono prolungati in modo non sostenibile dopo il voto di un mese fa.

Dimissioni anticipate o governo del presidente, queste erano le due soluzioni sul tavolo del capo dello Stato dopo lo stallo determinato dal fallimento del tentativo di Pier Luigi Bersani di formare un nuovo governo, dopo che anche il rapido giro di consultazioni di ieri è terminato con un nulla di fatto. In serata Napolitano non ha fatto alcuna comunicazione di rito, ma si è preso un momento di riflessione. Dopo i veti incrociati delle forze politiche: il Pd respinge l’ipotesi di un governissimo insieme al Pdl, mentre Berlusconi rilancia l’ipotesi di un esecutivo di larghe intese. Nessuna disponibilità ad appoggiare un governo politico invece da parte del Movimento 5 stelle.

Un vicolo cieco su cui il capo dello Stato si arrovella da ieri. Cercare di proporre un nome attorno a cui possa convergere il consenso delle diverse forze politiche, oppure dimettersi qualche settimana prima della fine naturale del suo mandato per lasciare la scelta del nuovo inquilino di Palazzo Chigi al suo successore, che avrà un’arma in più: la possibilità di sciogliere le Camere. Nella prima ipotesi, tra i nomi che Napolitano potrebbe proporre ai partiti ci sono l’attuale ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri e il direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni. Ma anche Emma Bonino, proposta in mattinata da Adriana Poli Bortone, presidente di Grande Sud. 

Anche la strada per arrivare a un governo del presidente, però, appare strettissima. “Non siamo contrari a un governo del presidente – spiega Matteo Orfini del Pd -. Ma un governo del presidente è tale se appoggiato almeno dalle tre principali forze politiche: Pd, Movimento 5 Stelle, Pdl. In caso contrario si tratterebbe di un’altra cosa. Sarebbe un governo di larghe intese, un governissimo, da noi reiteratamente escluso”. Lo stesso Napolitano, secondo il Corriere della Sera, ha ripetuto a più di un interlocutore un concetto: “Non sono disponibile a fare governicchi alla fine del mio mandato e all’inizio di una nuova legislatura”. Parole che voglio dire una cosa sola: un governo del presidente scelto da un presidente al termine del suo settennato nascerebbe con il vizio di vedere chi ha conferito l’incarico subito fuori scena. Da qui l’ipotesi di dimissioni. Una soluzione che potrebbe dare più forza a un esecutivo scelto da un capo dello Stato all’inizio del suo mandato. E, se invece tale tentativo fallisse, porterebbe a elezioni anticipate più in fretta. 

Al voto a giugno si sta già preparando Silvio Berlusconi, forte degli ultimi sondaggi che danno in salita i suoi consensi. Dal Pdl negano di avere voluto imporre il nome del futuro presidente della Repubblica per consentire la nascita di un governo Bersani. E rilanciano l’idea di un governissimo che, oltre a quello del Pdl, abbia l’appoggio del Pd e dei montiani di Scelta Civica. Ma visto che l’ipotesi è difficilmente percorribile per il no dei democratici, “piuttosto di un esecutivo tecnico, meglio tornare alle urne”, ragionano in via dell’Umiltà.  

Intanto, in casa Pd, un voto a giugno avvicinerebbe la resa dei conti tra bersaniani e renziani. “Inseguire Grillo è stato un errore”, ha dichiarato a Repubblica Dario Nardella, vicino al sindaco di Firenze. “Sui costi della politica, ad esempio, non avevamo bisogno di muoverci di rimessa perché da due anni c’erano le proposte di Renzi”. Secondo Nardella, ”ormai è certo che non avremo un governo politico di legislatura, che è quello di cui l’Italia aveva bisogno. E la responsabilità è proprio di Grillo, che ha chiesto i voti per cambiare il paese e oggi lo ha letteralmente bloccato”. 

Dal canto suo ieri Beppe Grillo ha ribadito sulla web tv del Movimento 5 Stelle che un nuovo esecutivo non è necessario da subito: “Un governo c’è. Si potrebbe andare in Parlamento e abolire, con una semplice votazione, il Porcellum per tornare alla legge precedente”.