Il 12 Marzo è uscito per GodzillaMarket in licenza Warner il quarto LP de I Ministri. Per un Passato Migliore è un album diretto, sincero e vitale. Testi che sono via di fuga all’imperante atrofia del pensiero, melodie alte e fresche, ritmiche al fulmicotone per tredici tracce che sorreggono l’anima con forza. Nell’attesa di gustarceli in Emilia Romagna, nei loro live superbi e devastanti – 6 Aprile Estragon BO, 3 maggio Fuori orario Taneto di Gattatico RE -, li abbiamo intervistati.

Per un passato migliore suona diverso dagli album precedenti, prende subito la pancia. Come avete fatto a riversare questa naturalezza nel disco?

“Ci siamo guardati dentro e ci siamo accorti chi siamo. Negli ultimi due album avevamo affrontato lo studio di registrazione come un laboratorio dove inventare mondi e giocare. Quando ci trovavamo ad affrontare il tour – che è la nostra vita – cercavamo di riportare quei mondi sul palco. Ad un tratto ci siamo accorti che forse eravamo semplicemente una rock band, nuda e cruda. Abbiamo quindi scelto un altro metodo: ci siamo preparati alle registrazioni come dovessimo affrontare un concerto. Siamo entrati in studio come si faceva negli anni ’60 e abbiamo inciso in presa diretta“.

Qual è stato il processo di stesura e composizione?

“È stato molto più concertato rispetto al passato. Negli album precedenti ‘ministrizzavamo’ un pezzo che stava già in piedi da solo; questa volta invece spunti, idee, strofe o ritornelli venivano fin dall’inizio affrontati da tutti e tre con grandi discussioni e jam. Questo è valso per molti pezzi, anche se, ovviamente, alla base c’era già un testo o un’idea melodica ad indicare la direzione. Dall’album sono comunque rimasti fuori molti brani; forse li tireremo fuori verso fine estate, quando tutti sapranno a memoria quelli pubblicati. Tra le escluse c’era materiale molto buono, a cui eravamo molto affezionati; ma perché un brano passi in seconda fila, a noi, basta una strofa poco convincente. Ogni pezzo deve appassionarci interamente, dev’essere un potenziale singolo, altrimenti se ne siamo poco convinti non lo inseriamo. Nel mezzo della composizione ci siamo presi una pausa. La mia [Dragogna] l’ho fatta da solo nella Death Valley americana, alla ricerca di nuova linfa.  Lì è nata Mammuth e La pista anarchica. Ma il deserto è servito più da musa ispiratrice che da oggetto di cui parlare: nell’album si canta l’Italia, non certo la Death Valley”.

Avete sempre sfruttato il web in modo molto intelligente. Cosa ne pensate della predominanza che il 2.0 sta avendo in tutti i campi, anche in quello politico?

“Noi, da una parte, dovremmo ringraziare molto i social network, dall’altra, vorremmo invece si tornasse all’impegno territoriale della vita reale. Diversi passaggi del disco suggeriscono questo. Ad esempio, La pista anarchica: “hai mai visto un leone passare la sua vita / a guardare i documentari sui leoni?”; molta gente guarda il resto della gente vivere e questo, evidentemente, è il risultato di vent’anni di Berlusconismo. Allo stesso modo pensare che l’impegno politico possa c’entrare con una raccolta firme su Repubblica è molo pericoloso, nella misura in cui si scambia per impegno politico un gesto come il click di un mouse. L’impegno politico e civile richiede un’azione, un sacrificio; richiede, a volte, prendere freddo, richiede avere pazienza. Se c’è una cosa che manca al web, e ai movimenti nati dal web, è spesso la pazienza. La pazienza è anche l’umiltà di prendersi il giusto tempo per costruire e per crescere. Penso che molta gente che ha partecipato al M5S ci segua perché quel disagio e quei bisogni che provano (come il rinnovamento e ricambio delle dirigenze) sono gli stessi che sentiamo anche noi. D’altro canto noi facciamo canzoni, non mandiamo avanti un paese, quindi su questi discorsi abbiamo una responsabilità limitata. Ci piacerebbe comunque ci fosse più onestà rispetto a quanto si sta andando a fare. Noi, banalmente, per suonare rock ci abbiamo messo 11 anni mentre c’è gente che, con  alle spalle soltanto 3 anni di entusiasmo, pensa di portare avanti un paese. A volte, nel vivere gli entusiasmi, ci vorrebbe un po’ più di umiltà”.

Avete cambiato etichetta, siete passati da Universal a Warner. Qual è stato il rapporto con l’industria discografica italiana nella nascita di Per un passato migliore?

L’industria discografica ci ha dato i soldi per fare questo disco solo all’ultimo; o meglio: fino all’ultimo non accettava di darceli alle condizioni che volevamo. Quello che chiedevamo era semplicemente fare l’album come l’abbiamo fatto, decidendo noi la produzione e il sound. Anche con la Universal era sempre stata chiara la completa autogestione dei contenuti, ma questa volta non era d’accordo con l’idea di un album rock, la loro idea era quella di dirigerci ancora di più verso… non so, forse – da come ne parlavano – verso una cosa simile ai Negrita, sinceramente non abbiamo mai capito bene e, probabilmente, non era chiaro nemmeno a loro – la mancanza di idee chiare è uno dei grandi problemi della discografia italiana. Non essendo un capitolo nel fatturato tale da poterci indignare o alzare la voce abbiamo preso atto di quello che la Universal ci ha detto: “Ah, non volete fare così? Ci dispiace, ciao”. Noi eravamo molto convinti di fare un album come questo, anche a costo di farci prestare i soldi da mammà. “Le nostre condizioni” di cui parliamo nella terza traccia sono proprio questo… è buffo che la cosa sia nata dal doppio significato che il termine può assumere. Chi poi vuol far una facile letture grillina del ritornello è liberissimo di farlo – è un album molto gerontofobico“.

Il vostro primo album si intitolava I soldi sono finiti e nell’ultimo ci sono strofe come “se ti portano via / e ti convincono che siamo poveri / i ricchi esistono i soldi scompaiono”, il vostro approccio alla crisi è sempre stato molto particolare, sui generis

“Non siamo più cospirazionisti come potevamo esserlo a sedici anni, ma c’è qualcosa che non va in questo meccanismo, in questa dialettica della povertà. L’anticipare la crisi reale con un vago e condiviso sentimento di povertà è molto pericoloso e demoralizzante e, tutto sommato, inutile. Ci sembra sia un modo per impedire altre prospettive, per costringerci a guardare sempre più in basso e farci accontentare di questo nuovo modello. Ne Se si prendono te si parla di questo, anche se in rapporto al nostro settore: “Per fortuna che non si vendono più [i dischi] / così sappiamo di cosa parlare / ma per fortuna che non si comprano più / così sappiamo cosa rubare”. Quando uscì I Soldi sono finiti si parlava già di crisi discografica, sono passati sei anni e ancora si continua a parlare della stessa cosa; è possibile che non riusciamo ad affrontare questa nuova situazione in maniera diversa? Va bene, i CD non si comprano più, sono cose di plastica sostanzialmente brutte che ci fanno pagare 15 €; allora amen, è finita quella storia lì! Ma questo continua ad essere argomento di discussione. Peccato non si condividano mai discorsi positivi, solo i negativi, credo derivi dal fatto che quando l’umanità si riunisce tende a peggiorarsi. Quando bisogna trovare un argomento comune di conversazione si sceglie sempre qualcosa che va male, mai qualcosa che va bene; è un po’ il principio del bar. Credo che questo principio sia in atto anche nell’informazione mediatica. Noi questo tipo di povertà cerchiamo di lasciarcela alle spalle, perché esiste anche la povertà vera che non è quella dei discografici”.

A breve verrete a suonare in Emilia Romagna, qual’è il rapporto con questa regione e con un suo grande cantore, da poco scomparso, come Lucio Dalla?

“È la regione dove si trovano le cose da mangiare più buone. Al Fuori Orario è una cosa incredibile, c’è un prosciutto e un parmigiano… noi ci teniamo molto al cibo. Abbiamo sempre incontrato grandi sostenitori in quelle zone, sopratutto nelle provincie. Fin dagli esordi abbiamo avuto dei correggesi che ci hanno sostenuto e fatti conoscere. La provincia emiliano romagnola è davvero indiavolatissima. Per quanto riguarda Dalla… beh, diciamolo sinceramente: Dalla un anno o due anni prima che, purtroppo, se ne andasse non se lo fumava nessuno, era un personaggio molto scomodo, decisamente poco gradito al Pantheon musicale italiano. Per entrare in quel Pantheon evidentemente doveva passare dal cielo. Avremmo voluto e dovuto fare una cover di Dalla quando era ancora in vita. Io [Dragogna] sono cresciuto con Dalla, l’ho ascoltato sin da quando ero bambino e ho continuato a farlo col passare degli anni, ho sempre scoperto cose diverse. Adesso è decisamente troppo inflazionato, se facessimo una cover verrebbe confuso il gesto”.