Non sarà più dolce, ma qui la vita è ancora bella? Secondo gli ultimi dati, sicuramente è lunga. Chi nasce in Italia ha il privilegio di godere di un’esistenza tra le più durature al mondo: mediamente 81 anni, la prospettiva migliore considerando 53 Paesi (includendo nazioni come la Russia e la Turchia). Sono i dati rilasciati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che premiano l’Italia da molti punti di vista. Nella classifica di aspettativa di vita alla nascita siamo terzi a pari merito con l’Islanda, preceduti di poco da Svizzera e Israele. E siamo addirittura penultimi se consideriamo la mortalità, a pochi punti dai cugini elvetici come diversità delle cause di morte (un parametro che indica un’ottima capacità di prevenzione a livello nazionale). Non solo: i nostri quindicenni sono abbastanza morigerati nell’abuso di alcol e in generale gli italiani non sono più grandi fumatori, se si considera il quadro complessivo.

Tutto bene? No, perché oltre ad esistere a lungo bisognerebbe vivere bene e gettare le basi per un futuro radioso anche per le prossime generazioni. Se infatti consideriamo il tasso di “Better life” (“Per una vita migliore”) elaborato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), possiamo isolare alcuni parametri specifici che oltre alla quantità prendono in considerazione la qualità della vita in Italia. Attraverso l’indice interattivo, si scopre che a paragone con i Paesi Ocse (34 in tutto il mondo) la nostra soddisfazione di vita (“Life Satisfaction”) è crollata, e comincia ad essere di poco sotto la media: significa che se dobbiamo scegliere di collocarci in una scala tra la vita migliore possibile e la peggiore, noi italiani cominciamo a virare verso la votazione più negativa, a grande distanza dai francesi e dai tedeschi e a distanze siderali dagli australiani, dagli olandesi e dagli svizzeri.

Se consideriamo il coinvolgimento nella vita civile (“Civic engagement”), ovvero la partecipazione alle elezioni e la sensazione che il nostro voto incida realmente sul processo decisionale della nostra società, il quadro è drammatico: siamo al di sotto di tutti Paesi europei non in crisi (quindi Grecia e Portogallo, mentre la Spagna è ben al di sopra) e la prospettiva è negativa. Una posizione negativa, purtroppo simile a quella coperta nella classifica della comunità nazionale (“Community”), ovvero la sensazione di potersi appoggiare in caso di emergenza a parenti ed amici.

E se sugli indici riguardanti l’occupazione e l’educazione la situazione è già da anni allarmante, teniamo posizione nella disponibilità di abitazioni e nel rapporto tra lavoro e vita privata: non perché lavoriamo meno ore degli altri, ma per una grande capacità nel riuscire ad organizzare il tempo funzionalmente alla salvaguardia della nostra vita privata. È quest’ultimo lo spiraglio di luce in fondo al tunnel da cui dovremmo ripartire: la nostra innata capacità di risollevarci dalle situazioni più drammatiche. Sempre l’Ocse mette in luce i risultati positivi delle nostre ultime riforme strutturali che dovremmo vedere trasformarsi nel miglioramento della nostra situazione economica nel medio periodo. Certo, quando avremo un governo stabile. Ma anche l’affermazione di una forza destrutturata dai partiti, come quella dell’MS5, è un segno di vitalità del nostro sistema secondo gli analisti internazionali, soprattutto per un laboratorio politico come quello italiano che ha sempre presentato soluzioni di leadership e aggregazioni adottate successivamente anche in altre nazioni.

Quindi, a parziale compensazione del nostro stato di italiani in bilico, divisi tra ottime prospettive di vita in un’esistenza sempre più difficile, è opportuno ricordare una citazione di John Fitzgerald Kennedy: «Nulla può esistere senza ordine, niente può evolvere senza caos». Nonostante la povertà crescente, la mancanza di un quadro politico definito, l’assenza di progetti di lungo periodo e il timore per il futuro.

di Gianluca Schinaia

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