È morto ieri a Parigi Stéphane Hessel. Aveva 95 anni. Per chi non lo conoscesse era un signore che non molto tempo fa era balzato alla cronaca per un piccolo libretto (tradotto in italiano da Add editore) dal titolo deciso, perentorio: «Indignatevi!». A cui fece seguito una risposta all’italiana di Pietro Ingrao che ne ricalcava le orme – rincarando la dose: “Indignarsi non è abbastanza!”. Ricordo che parlai entusiasta del libro appena letto una sera con un amico francese, Olivier, proprio sulla diversità, anche qui (ennesima), sociale di pensiero Italia-Francia.

Ma cercando di non divagare, chi era in realtà Hessel? Prima di tutto era un partigiano, un uomo che fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, Germania, dove nascose la sua identità per sfuggire all’impiccagione. Evase di nuovo, venne ripreso, ma saltando da un treno riuscì a riunirsi alle truppe americane salvandosi. Storie da nonni, insomma. Però, al contrario di quasi tutti i nostri nonni, Stéphane è un ragazzo che proviene da una famiglia benestante: madre pittrice, padre scrittore e traduttore (tra gli altri di Marcel Proust) amico di Walter Benjamin, entrambi ispirarono Henrì Pierre-Roché nel romanzo (poi trasposto da Francois Truffaut) Jules e Jim.

Dopo essersi diplomato a Parigi nel 1939, il giovane Stéphane legge Sartre e comincia la sua professione di scrittore. Partecipa alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e, nel 1981, viene nominato Ambasciatore di Francia. Viene anche accusato di antisemitismo a un certo punto della sua esistenza, lui che è nato da padre ebreo e si è salvato la palle fuggendo da un campo di sterminio, reo di aver difeso da militante la causa palestinese aderendo alla campagna per il boicottaggio dei prodotti israeliani nel 1981.

Un nonno tosto, potete ben capire, Stéphane Hessel, che non riesce a riposarsi e a godere nemmeno degli ultimi anni che gli restano da vivere perché esattamente tre anni fa esce dal nulla, nauseato dalla politica del suo Paese, con un librino che come un filmine a ciel sereno irrompe nell’editoria, diventato un caso letterario. Questo con un solo termine, un imperativo: indignatevi. Dove se la prende con quegli uomini politici contemporanei che sembrano non tenere più conto di tutto quello che ha fatto dalla sua generazione.

Ha voglia di giustizia e di uguaglianza Hessel, ha voglia di urlare, ma non così in maniera sterile, ricordandoci il passato. Ricordandoci di avere memoria. Dove sono i valori tramandati dalla Resistenza? In una quotidianità fatta di ingiustizie e di orrori come le guerre, le violenze. Bisogna allora tenere alta l’attenzione. L’indignazione è il primo passo per un vero risveglio delle coscienze, scriveva. Questa cosa mi pare, alla luce del nostro ultimo responso elettorale, non avendone ancora decifrato la complessità e capillarità, tremendamente attuale.

Addio dunque a un illuminato e prefigurativo novantatreenne che aveva ancora voglia – invitandoci – di combattere i soprusi nella vita di tutti i giorni.