Mentre l’ultimo indice di leanwashing ci segnala che “naturale” è la prima dicitura usata nel mondo per ingannare i consumatori, dato che non ha alcun valore legale o nutrizionale, e specie nel caso delle bibite, gli enofili si cimentano, su giornali e riviste, in battibecchi in cui il contrario di uno squilibrio non è equilibrio ma lo squilibrio opposto.  

Ora, discutendo di un significato, occorrerebbe abbracciare la logica: non sarebbe possibile dunque un vino non “naturale”, dato che l’uomo appartiene ancora alla natura, e tutti i suoi prodotti, per quanto nocivi alla natura stessa, sono qualificabili come “naturali”.

Ma, scansando la logica, si discute della solita e presunta naturalità dei vini (un argomento che abbiamo già trattato) strombazzata da alcuni produttori o gruppi di produttori di bevande talora difettose: dunque si invita a diffidare di fallaci identificazioni, la più trita e annosa delle quali è – Il vino naturale ha da puzza’. Non è necessario stimare buono un vino difettoso, in quanto sedicente “naturale”, cioè ad esempio prodotto senza aggiungere anidride solforosa che, oltre certi limiti, è tossica. E si invita a diffidare di chi, per produrre la sua bevanda difettosamente naturale, ottenuta con pratiche arbitrarie e talvolta iniziatiche, condanna e demonizza tutti gli altri produttori di vino “non naturale” o biologico o biodinamico, dicendo: “perché devo pagare altri per certificare che il mio vino è naturale usando i loro prodotti ammessi per legge?”.

L’invito a non modellizzare vini difettosi perché venduti come naturali è ineccepibile. Dato che peraltro, anche secondo recenti ricerche, i cibi stimati sani vengono percepiti come più gustosi. Eppure l’argomento viene contestato adducendo un sofisma. Ovvero invitare a non consumare vini difettosi che si autoproclamano naturali,  o che abbisognano di proclamarsi naturali per essere venduti, implicherebbe chiudere gli occhi di fronte a un fatto già manifesto e inconfutabile: il “vino naturale esiste”.

“La sua elaborazione si distingue nei casi migliori dalla semplice fabbricazione: mentre la seconda introduce una connotazione meccanica e seriale, la prima evoca la manifestazione di qualità o possibilità ingenite e latenti nella materia prima… è unione di un elemento esterno e formale e di uno intrinseco e concettuale: definizione e contenuto, significante e significato. Il significato è il vino dei produttori… Chiunque lo conosca e comprenda può… significarlo a pieno titolo naturale, perché nonostante la legge è quello il segno che meglio manifesta il contenuto. La definizione sarà pur vaga, arbitraria, generica, sospetta e antipatica, ma è quella semioticamente più corretta, perché dà la possibilità a chi interpreta di comprenderne il contenuto meglio che in qualsiasi espressione alternativa”.

Naturalmente occorre essere ebbri per capire. Ma, Angelo Gaja, produttore italiano più noto al mondo, ha capito e affermato che “quella del vino naturale è una direzione da cui non si tornerà più indietro”.

Ovviamente Federbio si è affrettata da dire che “al momento – vino naturale – è un semplice claim, che non identifica le caratteristiche produttive e la qualità del prodotto…ciascuno può avere il proprio concetto di -naturale- che differisce da quello di altri. E’ come chiedere all’oste se ha il vino buono”. Ovviamente poi, a suo vantaggio, precisa che “Nel biologico tale dichiarazione è confermata dalla certificazione di un organismo di controllo terzo, espressamente autorizzato dal Ministero, che ispeziona vigneto e cantina, anche prelevando campioni da sottoporre ad analisi. L’agricoltura biologica non usa Ogm, non usa fertilizzanti e diserbanti chimici di sintesi e nemmeno gli insetticidi e gli anticrittogamici. E’ dettagliatamente codificata da norme europee e nazionali, sottoposta a un sistema di controllo europeo… prevede la rotazione delle colture e la piantumazione di siepi, la salvaguardia di boschetti e stagni per dare ospitalità alla fauna utile che naturalmente contrasta quella nociva. Ma non solo: è un’agricoltura che ha massima cura del benessere degli animali, la cui alimentazione si basa sul pascolo e su foraggi biologici senza l’uso preventivo di farmaci e antibiotici; che nelle fasi di trasformazione ripudia coloranti, conservanti, esaltatori di sapidità e ogni altro inutile additivo, insieme alle tecniche che snaturano la qualità degli ingredienti. Da alcuni anni molte cantine italiane produttrici di vini bio lavorano in assenza di solfiti, con risultati qualitativi interessanti e riscontri commerciali significativi…”

Insomma, messa così, parrebbe che sia il biologico il vino della salute, e anzi della salvazione. Eppure, a guardare questa immagine, la neo normativa europea sul vino biologico lascia non pochi dubbi sulle pratiche e gli additivi ancora ammessi, inclusa la quantità di solfiti su cui si è discusso per anni. Ne avevamo già scritto. Mentre l’industria già produce milioni e milioni di bottiglie certificate biologiche.

C’è poi il caso del Vino Libero lanciato da Oscar Farinetti di Eataly, su cui sono piovuti i commenti di Federbio “è certo un bene la scelta di non utilizzare diserbanti e fertilizzanti chimici di sintesi, ma sarebbe necessario non tacere che nel cosiddetto vino libero si ricorre a insetticidi e anticrittogamici, la cui entità, per frequenza di trattamenti, impatto ambientale e residui sul vino è di gran lunga più significativa di diserbanti e fertilizzanti“.

Infine ci sono le polemiche sul vino biodinamico, in quanto certificato da un’associazione privata che ne ha brevettato il marchio (imponendo l’uso di prodotti specifici) in vari paesi.

Qualche anno fa un produttore propose la categoria dei “vini indigeni”, in un mese lontano dai recenti fasti del Carnevale. Insomma c’è da scervellarsi. Per quanto sia così palese la differenza fra prodotti artigianali e industriali, fra un filare di vigna inerbito, frequentato da lombrichi o api, ed un filare privo di vita biologica, frequentato da diserbanti o fertilizzanti.  E c’è differenza fra un vino fine e un vino difettoso.

Dunque, indulgendo a un vino fine e non nocivo, conviene cominciare a considerare i fatti: grazie a una battaglia personale, in Francia, dopo l’Alzheimer, è stato per legge riconosciuto il Parkinson come malattia professionale dei viticoltori, ufficializzando il legame fra pesticidi e malattie neurodegenerative, uno dei pochissimi che lega patologie a prodotti fitosanitari. Un ultimo studio, riportato da Nature,  ha provato che l’esposizione ai pesticidi più comuni può uccidere una rana nell’arco di un’ora. I pesticidi sono cancerogeni e specie per i nostri figli, oltre ad essere neurotossici e contribuire a tutta una inquietante serie di patologie fra cui obesità, diabete, asma, me\narca precoce, autismo. E alle allergie come asma o da cibo. Gli effetti dei pesticidi colpiscono fino alla terza generazione.  I pesticidi uccidono gli insetti impollinatori. I vini convenzionali contengono livelli di pesticidi esageratamente più alti di quelli ad esempio contenuti nell’acqua potabile.

Quanto all’anidride solforosa, o meglio il diossido di zolfo siglato come E220, essa si trova, oltre nel vino e nella birra, in diversi alimenti: aceto, bevande analcoliche, conserve ittiche, frutta secca e candita, carni, salse, marmellate, sottaceti, maionese e  senape, dolci… dunque ben si comprende come in Francia circa un milione di persone superi ingerisca una dose giornaliera di anidride solforosa che è oltre i limiti consentiti, e dunque tossica. Peraltro come non imputare a un capogiro da solforosa, l’affermazione di chi nega che l’anidride solforosa presente nel vino possa causare mal di testa? Diamo un’anteprima: il CRA di Conegliano e l’Università di Roma Tor Vergata stanno già sperimentando vini ottenuti con pratiche che permettono di non usare solforosa aggiunta. Del resto qualcuno la evita già. Ma siamo solo all’inizio…