Giovanni Falcone e Paolo Borsellino entrarono in magistratura assieme ed io non ero ancora nato. Uno dei miei primi ricordi risale a quel 19 luglio 1992, quattro anni compiuti e nel televisore scorrevano le immagini di quel teatro degli orrori. Mia madre mi racconta che rimasi fermo a fissare quello schermo chiedendole “perché”. Via D’Amelio, 57 giorni dopo lo scempio di Capaci.

Ora di anni ne ho venticinque e quel 19 luglio, probabilmente, non avevo coscienza, eppure, quel perché aspetta ancora risposta.

“Si è costruita una verità non vera per una giustizia non giusta”.

Un’estate calda quella del ventennale delle stragi, caratterizzata dall’intervento a gamba tesa del Presidente della Repubblica sulla Procura di Falcone e Borsellino, quella di Palermo. La stessa Palermo dove il 23 maggio scorso Napolitano ha espresso encomiabili parole di ricordo.

Ricordo, perché in questo paese si deve solo ricordare, o meglio, ricordare di ricordare. Il 19 luglio (tre giorni dopo il sollevamento del conflitto d’attribuzione contro la Procura palermitana) invece di “alte cariche” ne abbiamo viste poche. C’erano i cittadini, le agende rosse, i magistrati.

Ricordo dicevamo. Un ricordo che però può generare confusione se FalconeeBorsellino diventano una cosa sola quando in realtà sono stati due uomini con vite intrecciate ma diverse.

Siamo sicuri che non si stanno usando le loro figure in un modo che non avrebbero condiviso?

Giovanni Falcone ha accumulato troppe “sconfitte” nella sua vita. Basti pensare all’ingiuria che gli fece il Csm dei “giuda” sbarrandogli la strada a capo dell’ufficio istruzione, seguita dalle dimissioni dall’ufficio diretto da Antonino Meli ed il futuro abbandono di Palermo. Ma quella non fu l’unica occasione in cui la magistratura gli voltò le spalle. Nel 1991 addirittura, buona parte dei magistrati, scioperò contro Falcone e la e la legge che istituiva la Procura nazionale antimafia.

Eppure ogni anno da Roma partono le “navi della legalità” a dimostrargli, oggi, l’affetto che non ha avuto in vita.

 Sarà Borsellino, “il fratello putativo”, a raccogliere parte di quell’affetto: riecheggia ancora oggi l’applauso di quella sera alla Biblioteca di Palermo.

Paolo Borsellino è stato il primo a parlare di criminalità al nord con i suoi vestiti della corruzione e del riciclaggio. “La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale”: e’ stato il primo a capirlo, a dirlo senza paura, e senza paura è andato incontro alla morte.

Senza troppe domande, forse. Domande che invece mancano oggi, come quella Via D’Amelio dove scomparve la sua agenda rossa.

Probabilmente FalconeeBorsellino come spesso vengono ricordati oggi non sono mai esistiti.

Se smettessimo di ricordarci di ricordare e iniziassimo a impegnarci quotidianamente, forse, li potremmo ricordare nell’unico modo in cui loro vorrebbero essere ricordati, e sarebbe bello pensare che Falcone e Borsellino siano con noi, da qualche parte, a sorridere.

Salvo Ognibene