Difficile ricordare quando si è troppo giovani per farlo. La memoria di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino si perde in documentari, libri, interviste o famose citazioni, come quella di Falcone sulla transitorietà del fenomeno mafioso. Un fenomeno umano destinato a scomparire.

Più precisamente, questo materiale parla sempre di più del loro sacrificio e di chi con loro ha sacrificato la vita per difendere due uomini che rappresentavano lo Stato.

Quando si visita l’albero della pace in Via D’Amelio o si nota, all’uscita di Capaci quell’imponente obelisco rosso la mente corre alle immagini delle due stragi; per chi ha più memoria, probabilmente, riaffioreranno, nitidi, i ricordi della propria vita quotidiana al momento di apprendere la notizia. È naturale che sia così quando la vita dello Stato viene sconvolta dall’efferatezza di due omicidi così eclatanti. Tuttavia, il loro ricordo deve vivere in qualcos’altro per non rimanere imbalsamato nella foto di un sorriso complice datato 27 marzo 1992. E quel qualcos’altro è il loro lavoro per i quali sono morti. Nelle carte processuali e non nelle bombe. Nel pool antimafia e non solo nei monumenti alla memoria. Perché nell’intuizione di unire le forze per coordinare la lotta alla mafia e nelle loro indagini è racchiusa la loro condanna a morte. Una condanna che, misteri di questo Stato malato, non sappiamo nemmeno da chi è stata pronunciata.

Dai primi anni assieme a Chinnici, Cassarà e Montana a cercare di coordinare una macchina troppo disfunzionale per poter contrastare la criminalità organizzata ai faldoni di un processo capace di portare alla sbarra 474 imputati e tra di essi capi mafia come Toto Riina o Luciano Liggio: qui vive, ancora pulsante, il ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Se Pietro Calamandrei consigliava di andare in montagna per rivivere i luoghi in cui è nata la Costituzione italiana, per rievocare il ricordo di questi due magistrati si deve ritornare nell’aula bunker accanto all’Ucciardone, nelle stanze della Procura, ma soprattutto per le vie di Palermo e della Sicilia.

In poco più di dieci anni l’Italia ha assistito ad una rivoluzione culturale nella considerazione del fenomeno mafioso; se questo è successo, è stato grazie a queste persone che con la loro dedizione hanno vissuto i luoghi della mafia come una loro seconda casa, sino ad arrivare molto vicini all’impresa più titanica: capire Cosa Nostra, capire la società che ruota attorno a un fenomeno criminale. Come, dieci anni prima, Pio La Torre: era stato ucciso perché “sapeva” respirare gli odori degli agrumi siciliani, come solo un siciliano sa fare. Aveva sfidato Cosa Nostra dentro la società nella quale questa prosperava, non come un corpo estraneo. Allo stesso modo gli uomini del pool erano penetrati nelle segrete stanze della Cupola; volevano scardinarla rendendola un fenomeno umano degradato e degradante agli occhi della società. Ai nostri occhi.

Già, un fenomeno umano. Come in quella famosa frase di Falcone.

Davide VittoriGruppo Antimafia Pio La Torre