Mentre sui grandi numeri ci si gioca il governo, sui piccoli c’è in gioco la sopravvivenza. “L’unica cosa certa è che dei sondaggi bisogna fidarsi sempre poco”, come spiega Marco Cucchini, docente di diritto costituzionale all’Università di Trieste e responsabile delle studio di consulenza elettorale, Poli@archia. Lui di elezioni ne ha seguite parecchie e quando si parla di sondaggi sui partiti neonati il suo giudizio è netto: “Sono totalmente inaffidabili, e spesso sono fatti anche in maniera superficiale, alla carlona: con un numero ristretto di intervistati si hanno spesso margini di errore attorno al 5%, il che non si traduce nel fatto che un partito dal 3 potrebbe raggiungere l’8%: ma potrebbe avere il 3,9 % e fa una bella differenza”. Infatti per i piccoli il quorum, cioè lo sbarramento per entrare in Parlamento, è del 4% alla Camera, per le liste non coalizzate, e il 2% per quelle che fanno parte di una coalizione. Al Senato si alza ancora di più l’asticella: 3% per le liste non coalizzate e 8% per le altre.

“Il problema del sondaggio – spiega ancora Cucchini – è che spesso ha in sé la risposta alla domanda. Un conto è se io faccio una domanda specifica su un partito, un conto è se spero che sia l’intervistato autonomamente a nominarmelo. I veri sondaggi sono quelli che i partiti si tengono nel cassetto”.

Fratelli d’Italia, tra i nuovi partiti, è quello che vive di più l’incertezza nei sondaggi. Partito molto forte, almeno secondo quanto sottolinea Fabio Rampelli, tra i dirigenti della nuova formazione fondata dal trio Meloni-Crosetto-La Russa, adesso il gradimento oscilla tra il 2 e il 3%: “È una percentuale di cui non abbiamo riscontro – dice l’ex deputato Pdl – siamo fortemente presenti sul territorio e capiamo quando una forza politica sta all’1 o al 5%”. Una spiegazione Rampelli se la dà attribuendola all’alleanza con il Pdl del redivivo Berlusconi, che starebbe rosicchiando consensi che nelle urne potrebbero andare a Fratelli d’Italia (partito su temi e programmi concorrente al Pdl se pur alleato).

Uno che sicuramente ai numeri non ha pensato, prima di lanciare la sfida di un nuovo movimento, è Oscar Giannino con Fare per Fermare il declino. Loro corrono da soli e la maggior parte dei sondaggi li danno tra l’1 e il 2%, ben lontani dalla tagliola del quorum. “La maggioranza dei sondaggisti tradizionali usa la metodologia CATI con campione limitato, che è distorta verso la sottostima di un movimento con le caratteristiche socio-demografiche del nostro” scrivono sul sito del movimento. Il sistema Cati si basa su interviste telefoniche, solo che una parte crescente della popolazione non usa più il fisso ma il cellulare, precisano quelli di Fare.

Ma allora i sondaggi sono inutili specialmente quando si tratta di nuovi partiti? “Sono da prendere con le pinze. Noi non facciamo interviste in 8.103 comuni, la totalità dei comuni, facciamo interviste in un centinaio”. A parlare è uno che i sondaggi li fa da una vita, come Nicola Piepoli dell’Istituto omonimo: “Facciamo un caso: immaginiamo un partito che vale l’1% e che è un numero tipico di un nuovo movimento. l% su 1000 casi sono 10 casi. Immaginiamo che sia distribuito inegualmente sul territorio dello Stato e che il campione di intervistati sia fatto in 100 comuni, in cui il partito sia presente in 10 o in nessuno. Abbiamo così due casi: nel primo sarà sopravvalutato e nel secondo sottovalutato, e questo è tipico dei piccoli partiti. Il campione è rappresentativo di grandi formazioni, non di piccole unità che magari sono inegualmente distribuite sul territorio”. Per Piepoli per fare un sondaggio oggettivamente attendibile, servirebbe 10 mila interviste, ma “è molto raro che si usino campioni così grandi perché costano molto”. Un rischio, quello di rilevazioni pagate e quindi strumentali, che Piepoli non percepisce: “Chi paga il sondaggio vuole vedere lo specchio della realtà. Al di là di questo, non lo so se vengono usati in modo strumentale, non mi occupo di come il cliente usa il mio lavoro”.

GAV/LAP