Se un disastro ambientale come quello della DeepWater Horizon nel Golfo del Messico dovesse ripetersi nelle acque dell’Artide, nessuno sarebbe pronto a intervenire. A poco, denuncia Greenpeace, servirebbe anche l’intesa di cooperazione tra gli Stati che si affacciano sulla regione, la cui bozza circolata in questi giorni è stata definita inadeguata dall’organizzazione ambientalista. Al momento l’accordo di cooperazione, preparazione e risposta contro l’inquinamento da petrolio in mare cui sta lavorando il Consiglio artico è una serie di buone intenzioni che manca di misure concrete, lamenta Greepeace. La firma dell’accordo è prevista per il prossimo maggio, quando il Canada prenderà la guida dell’organismo che di fatto governa la spartizione e le iniziative nel territorio, in particolare in campo energetico, e che assieme ai canadesi riunisce Stati Uniti, Russia, Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda e Danimarca, in rappresentanza della Groenlandia.

I cambiamenti climatici stanno aprendo opportunità per lo sfruttamento di nuovi giacimenti offshore. Opportunità che anche Paesi lontani dall’Artico vogliono cogliere con al volontà di entrare a diverso titolo nel Consiglio e prendere parte al processo decisionale, tra questi la Cina, la Corea del Sud, la stessa Italia che ha fatto domanda per diventare osservatore permanente. Secondo i dati dello Us Geological Survey, si stima che il 13 per cento delle riserve petrolifere e il 30 per cento dei depositi di gas ancora da scoprire si trovino proprio nell’Artico. Sebbene trovare soluzioni comuni sia uno degli impegni del Consiglio, le misure contenute nella bozza, denunciano gli ambientalisti, lasciano ai singoli Stati il compito di stabilire regole per prevenire e rispondere al rischio di perdite, le norme per chiedere le bonifiche e quelle per stabilire le responsabilità delle imprese. Nelle 21 pagine della bozza si legge che i governi della regione dovranno mantenere sistemi nazionali per rispondere con prontezza agli incidenti.

“Considerato il rischio di trivellare le regioni polari e le sfide poste da incidenti in acque avvolte dall’oscurità e coperte di giacchi, il testo manca completamente di delineare i metodi per tappare i pozzi e per pulire animali e ambiente o quali siano le attrezzature adeguate”, scrive Ben Ayliffe sul sito di Greenpeace, “difficilmente (il documento) ispira fiducia nell’abilità del Consiglio Artico di proteggere una regione così fragile”. Le bonifiche saranno infatti difficili in condizioni in cui il petrolio sarà in mezzo o sotto i giacchi, trasportato attraverso i confini marittimi da venti e correnti mentre l’attuale tecnologia, spiega la Reuters citando la fondazione norvegese DNV, è ancora inadeguata.

Per l’esperto di questioni polari e consulente del ministero degli Esterni norvegese, Karsten Klepsvik, citato dall’agenzia britannica, il documento sarà migliorato in particolare nella parte sull’aiuto reciproco tra i Paesi. Tra le misure prese in considerazione: un servizio d’informazione attivo 24 ore su 24 che rilasci rapporti costanti sugli eventuali incidenti nonché esercitazioni congiunte e migliori sistemi di monitoraggio. Di questo hanno discusso i ministri dell’Ambiente degli Stati membri del Consiglio Artico a Jukkasjarvi in Svezia. Uno dei punti su cui confrontarsi sarà la responsabilità delle imprese. Uno dei concetti base citati della bozza è quello secondo cui ci inquina paga. Anche in questo caso mancano tuttavia ulteriori dettagli. La Groenlandia è tra quanti chiedono di includere il tema della responsabilità nell’accordo sulla cui stesura, nota Ayleffe, pesa l’influenza delle grandi compagnie petrolifere i cui rappresentanti hanno partecipato ai lavori. Certo in molte hanno pagato per i danni ricorda Reuters. Alla BP l’incidente nel Golfo del Messico è costato 23 miliardi di dollari. Per l’incidente della Exxon Valdez nel 1989 la Exxon Mobil ha detto di aver pagato 4,3 miliardi. Sulla sicurezza delle ricerche petrolifere nell’Artico si staglia però l’ombra della piattaforma Shell andata alla deriva lo scorso 31 dicembre dopo la rottura dei cavi che la tenevano ancorata ed arenatasi su un’isola dell’Alaska. Questa volta senza perdite.

di Andrea Pira