Ha ottenuto l’indipendenza nel 2011 e per questo il Sudan del Sud è diventato lo stato più “giovane” del mondo. Il Paese però, da sempre alleato dei cinesi grazie al petrolio, continua a rivendicarne una parte dei proventi. Il punto è che quasi l’80 per cento dei pozzi si trova nel territorio del nuovo stato, ma le infrastrutture e gli impianti di raffinazione, in gran parte costruite proprio dai cinesi, sono in Sudan. Così il principio del non intervento che la Cina professa in politica estera è stato messo a dura prova. Ma secondo Princeton Lyman, l’ambasciatore americano uscente proprio per questo la Cina potrebbe risolvere le tensioni tra i due paesi.

“La Cina deve superare il suo approccio eccessivamente incentrato sui temi del petrolio nel Sudan del Sud e contribuire a risolvere le controversie politiche di questo paese con il Sudan”, ha dichiarato alla Reuters. Lyman ha raccontato di aver lavorato a stretto contatto con i funzionari cinesi per più di due anni, durante i quali il Sudan del Sud è riuscito a staccarsi dal Sudan per diventare una nuova nazione. Quello che è successo è che, mentre la guerra civile infuriava nel Darfur, la China National Petroleum Corporation (Cnpc), una delle due grandi aziende petrolifere di Pechino, ha investito nella regione. Così è diventata il più grande investitore in Sudan e si è garantita il 70 per cento delle esportazioni totali di petrolio (dati del 2010).

E anche nel resto del continente africano la Cina è diventata quasi ovunque il principale partner commerciale, superando gli stessi Stati Uniti già nel 2009. Ma ora che, dopo decenni di guerra civile costati la vita di oltre due milioni di persone l’Onu ha riconosciuto il Sudan del Sud, la Cina ha bisogno di entrambi i paesi. La separazione tra i due stati, però, non è stata facile. Nei primi mesi del 2012, le tensioni sono di nuovo esplose e sono ricadute sui ricavi del petrolio e sui confini. Il Sudan del Sud non ha sbocchi sul mare, così il Sudan ha trattenuto il greggio giustificando la confisca come tassa di transito. Il Sudan del Sud aveva un solo modo per difendersi: chiudere la produzione. Così ha fatto e il risultato è stato doppio: da una parte ha perso il 98 per cento dei ricavi, ma dall’altra ha richiamato l’attenzione e l’interesse della Repubblica popolare che certo non poteva rinunciare a tutto quel greggio.

L’alleato di Khartoum si è trovato così costretto ad ampliare le sue rotte commerciali. Pechino ha cominciato a corteggiare il Sudan del Sud con visite di funzionari di alto livello e aprendo (prima delle altre nazioni) un consolato a Juba, la capitale del nuovo stato. Tutto questo continuando a mantenere a vendere armi a Khartoum. Il punto è che, dal punto di vista del petrolio, i due paesi sono complementari l’uno all’altro: il Sudan del Sud ha la materia prima mentre il Sudan ha impianti di raffinazione e oleodotti. Così il principio del non intervento che da sempre governa la politica estera cinese, e che è così popolare tra gli Stati africani, è stato messo a dura prova. Alla ripresa del conflitto nel 2012 era chiaro che la Cina non poteva più rimanere un “investitore passivo”. Lo ha spiegato bene Alex de Waal, direttore esecutivo del World Peace Foundation presso l’Università di Tufts: “La Cina ha assunto una posizione molto semplice con entrambe le parti: vuole vedere la ripresa della produzione e dell’esportazione del petrolio con un accordo che sia il più equo possibile. Così le ha spinte a negoziare seriamente sotto l’egida dell’Unione africana. Il suo interesse è unicamente quello di poter utilizzare le infrastrutture esistenti, costruite dagli stessi cinesi proprio per questo scopo. Così ha svolto un ruolo di basso profilo, ma molto coerente e fermo”.

La maggior parte del petrolio che scorre negli oleodotti sudanesi, infatti, è destinato alla Cina. I forti interessi economici della Repubblica popolare nella regione, l’hanno costretta in qualche modo ad abbandonare il principio di non interferenza che l’ha guidata fin dal 1954, quando ancora nessuno poteva immaginare la potenza economica con interessi in tutto il mondo che sarebbe diventata. Ora il suo ruolo è chiaro: per difendere i suoi interessi nazionali è costretta ad intervenire. E questo proposito pragmatico, a differenza dell’Occidente che continua a professare che diritti umani, democrazia e trasparenza sono i principi guida da seguire in politica estera, potrebbe essere addirittura più utile visto che il fine è quello di stabilizzare e migliorare i rapporti tra i due paesi. Ma secondo l’ambasciatore Lyman non basta: “Senza stabilità e con il pericolo di un conflitto al confine, la possibilità di avere una produzione di petrolio a lungo termine è seriamente minacciata. I cinesi non possono più pensare esclusivamente al greggio e fingere che altre situazioni non dipendano o non influiscano su questo”.

di Cecilia Attanasio Ghezzi