Credo che nessuno scienziato, nessun antropologo, nessun essere ragionevole possa esprimere il suo dissenso verso l’affermazione che “l’ESSEREUMANO, anche solo come macchina biologica, si rivela il massimo capolavoro che la natura ha generato in cinque miliardi di anni”. Poi alla macchina umana si aggiunge l’individuo, unico e irripetibile misteriosamente diverso anche se simile a tutti gli altri. Eppure nel corso dei secoli e ancora oggi, risulta l’essere più umiliato, più ricattato, più schiavizzato e soprattutto meno rispettato nella sua dignità.

Basta citare il fatto che ogni giorno nel mondo 35.000 bambini muoiono di fame. L’ESSEREUMANO, ecco la parola che scelgo di proteggere e custodire.

Da dove nasce questa mia convinzione profonda sull’estremo valore di ogni ESSEREUMANO? Dalla commozione che provo ogni volta che osservo ogni bambino di tre anni capace com’è di chiedere il perché di tutto e in grado di vivere il presente e solo il presente con la naturalezza dei gesti, di ogni sguardo e soprattutto di ogni suo gioco. E tutto ciò accade naturalmente prima di ogni esperienza scolastica o lavorativa. Si tratta forse di ritrovare quella capacità di vivere il presente in un tempo infinito e di trasformare ogni giorno in una breve eternità. O forse la mia convinzione sull’incommensurabile preziosità di ogni ESSEREUMANO ha le sue radici nel fatto che intorno ai vent’anni, quando viaggiavo in autostop senza denaro e con un sacco a pelo, in tutto il Medio Oriente e l’Africa del nord, a ogni mio risveglio ho vissuto la straordinaria esperienza di trovarmi di fronte qualcuno, una donna o a volte un uomo con un piatto colmo di cibo, offerto sempre con sguardo infinitamente paterno o materno.

Risvegliarsi in giovane età ogni giorno sotto un cielo diverso offre inoltre la sensazione di aver scelto il mondo, come dimora del proprio essere e senza quasi accorgersene nasce il bisogno di sostituire l’angustia della famiglia nucleare (padre, madre e fratelli) con l’intera umanità (sette miliardi di ESSERIUMANI). Così da allora ogni persona che incontro offre la gioia e l’emozione e il bisogno di capire quanto e come un capolavoro assoluto abbia potuto accettare di identificarsi e chiudersi per sempre in un ruolo, divenendo un ragioniere, un marito, un impiegato, un medico, un insegnante, un ministro, un operaio, uno scrittore, etc. negando e nascondendo così la propria straordinaria interezza di ESSEREUMANO.

Vorrei che ognuno non smettesse mai di pensare: “Sono un ESSEREUMANO e come tale ho diritto a scegliere il mio destino”. Pensate se un capolavoro di Caravaggio venisse utilizzato come vassoio per servire birre o cappuccini, come zerbino o per riparare un vetro rotto. Oggi più che mai, nell’era in cui le macchine si sono sostituite all’uomo nei lavori più pesanti e ingrati, è tempo di far emergere l’ESSEREUMANO con tutte le sue strepitose qualità e caratteristiche. Da circa quattro anni ho fatto ufficialmente domanda all’U.N.E.S.C.O e alle Nazioni Unite di proclamare l’ESSEREUMANO Patrimonio dell’Umanità. Non ho alcuna certezza di essere capito, ma questo gioco mi piace e lo proseguirò per tutta la vita. Così mi capita di aver scritto come dedica di un mio libro a un ragazzo: “Perché tu scopra di essere un infinito e non dimentichi che mai nessuno nei secoli nascerà come te”.

di Silvano Agosti
Nasce a Brescia, città che abbandona a diciassette anni per conoscere il mondo. Dopo aver vissuto in Inghilterra, Olanda, Francia e Russia si stabilisce a Roma e attualmente gestisce il cinema Azzurro Scipioni dove lavora come proiezionista. Ha realizzato in autonomia una trentina di film, dieci lungometraggi e venti mediometraggi. Ha pubblicato con la sua piccola casa editrice una trentina di opere con titoli come “Lettere dalla Kirghisia”, “Il semplice oblio”, “Il ballo degli invisibili”, “Trilogia del mistero”.

Rubrica a cura di Michele Afferrante

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 28 gennaio 2013