Da una parte il “giudice”, il presidente della corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, dall’altra il pubblico ministero, il procuratore generale Manlio Minale (nella foto). Nel mezzo non un fascicolo o un’inchiesta ma quella che a tutti gli effetti pare una polemica interna. Che viene fuori, nel giro di pochi minuti, all’inaugurazione dell’anno giudiziario ambrosiano. Con il primo, che elogiando la circolare ai suoi sostituti del procuratore Edmondo Bruti Liberati a far minor suo della carcerazione (pensata dopo il caso Sallusti), invita alla “temperanza” e il secondo che non tollera aggettivi per l’azione penale e che replica che se le carceri scoppiano non è compito dell’accusa chiedere meno misure cautelari. 

Il primo a parlare, come prassi da alcuni anni, è il presidente dei giudici di secondo grado, che dopo aver invitato alla “sobrietà” e all'”equilibrio” e alla “moderazione” nei confronti di media e politica ha rivolto un appello insolito: “Sarebbe davvero un segnale di saggezza legislativa proporre una ricostruzione del modello di azione penale obbligatoria, mediante l’introduzione, con i criteri della scarsa rilevanza del fatto e della tenue offensività della condotta, di talune forme di obbligatorietà temperata dell’azione penale. Il processo penale – ragione l’alto magistrato – è assediato da una smisurata quantità di notizie di reato, spesso indotte dall’improprio ricorso alla tutela penale e in numero non proporzionato alla capacità di risposta dell’apparato”. E per questo Canzio propone come “primo argine” quella della “archiviazione, sulla base della regola dell’inidoneità degli atti di indagine a sostenere l’accusa in giudizio: formula, questa, della quale è auspicabile un più largo uso”. Canzio ha anche sottolineato “la doverosità del rispetto dei termini dell’investigazione”, ma anche che un’ indagine “troppo lunga” e ancora di più se “corredata da misure custodiali esalta l’ipertrofia accusatoria, rafforza nell’opinione pubblica i pregiudizi di colpevolezza, può ledere il diritto di difesa dell’indagato, ne suscita la contrapposta ipertrofia difensiva”.

Le riflessioni di Canzio però sembrano aver punto nel vivo, così tanto da far dire a Manlio Minale subito dopo che “se le carceri non reggono non devono essere le Procure a chiedere meno misure”. Per il procuratore generale di Milano, ex capo della Procura, “l’obbligatorietà dell’azione penale non sopporta aggettivazioni, perché l’esercizio dell’ azione penale è obbligatorio”. Sui richiami alla ragionevole durata del processo, a suo dire, spesso “soffia un vento da logica aziendalista della giustizia”. Lo stesso “vento”, secondo Minale, “soffia sui propositi di separazione delle carriere”. Per Minale, infatti, anche discorsi sulle separazioni delle funzioni dei magistrati puntano “a raggiungere un altro scopò. Nessuno, ha concluso Minale, potrà mai convincermi che il passaggio di un giudice alle funzioni in procura nello stesso Distretto può avere effetti negativi”.