Il governo irlandese “snobba” la Chiesa cattolica e va avanti. Dopo un incontro di tre ore con la gerarchia ecclesiastica, ieri pomeriggio l’esecutivo di Dublino ha deciso che proseguirà nel suo progetto di legge per introdurre una prima, anche se timida, regolamentazione sull’aborto, al momento vietato nell’isola di smeraldo. Tre ministri e quattro vescovi, guidati dal cardinale Seàn Brady, si sono incontrati nel palazzo del governo, ma la riunione ha subito preso una piega che poi la Chiesa ha definito “sconcertante”. Il vescovo Colm O’Reilly ha precisato: “La nostra posizione, nonostante le decisioni dell’esecutivo, non è cambiata, soprattutto perché noi rivendichiamo il diritto degli innocenti a rimanere vivi”. Ma il governo, appunto, va avanti, e presto potrebbe vedere la luce una nuova legge che garantirà il diritto all’aborto in casi di pericolo per la madre e di malattie genetiche del feto. Principi che varie sentenze hanno già applicato ben prima della legge, in diversi casi, ma che finora non hanno mai avuto una regolamentazione organica.

Tre membri dell’esecutivo, il ministro della Salute James Reilly, quello per l’Infanzia Frances Fitzgerald e il titolare dell’Educazione Ruairì Quinn, hanno preso posizione. Nelle stanze del potere, intanto, arrivava una nuova notizia confermata anche dalle stesse realtà interessate. Due potenti e influenti gruppi anti-abortisti hanno rivelato di ricevere fondi dall’estero, mentre un’associazione americana per la difesa della vita ha espresso la volontà di “aiutare l’Irlanda nella battaglia contro l’aborto”. Un’influenza che ora, a Dublino, molti vedono come almeno “poco opportuna”, in un Paese sempre più spaccato sul diritto o meno all’aborto. A ricevere fondi dall’estero sono stati il gruppo dublinese Pro-Life Campaign e il Life Institute, movimenti che arrivano a spendere più di 200mila euro ogni anno per le loro attività di lobby. Cifre notevoli, soprattutto se comparate con quelle spese dalle associazioni abortiste, che possono contare su poche migliaia di euro all’anno. Intanto, venerdì, come spesso avviene, si è tenuta nella capitale, a Merrion Square, una veglia contro l’aborto. Le manifestazioni sono sempre più frequenti, soprattutto da quando il governo ha deciso nella direzione di una prima legislazione che garantisca l’aborto in certi casi. Legge il cui iter ha avuto una accelerazione dopo la morte per setticemia di Savita, la giovane donna di origine indiana venuta a mancare lo scorso autunno.

Proprio nelle stesse ore in cui a Dublino governo e Chiesa cattolica si incontravano, una nuova vicenda si delineava anche nel vicino Regno Unito. Una commissione parlamentare di Westminster ha infatti scoperto che in certe comunità straniere nascono molti più maschi di quanto la statistica suggerirebbe. Così, un gruppo di deputati, soprattutto conservatori, guidati da Fiona Bruce, ha chiesto ufficialmente al governo di pensare a introdurre un monitoraggio del sesso dei feti abortiti nel Regno Unito. Il timore principale è che alcune comunità di stranieri pratichino un aborto “selettivo” in base al sesso del nascituro, comunità dove, evidentemente, nascere maschio è molto più importante che nascere femmina. Tutto è ancora a livello di timore, nulla è stato confermato. Ma il Dipartimento per la Salute ha comunque fatto sapere che il monitoraggio “sarebbe poco etico e porterebbe anche a molte difficoltà pratiche, soprattutto in ambito clinico”. L’aborto per ragioni non mediche, nel Regno Unito, è legale fino alla 24esima settimana, ma abortire a seconda del sesso del feto è illegale grazie a una legge del 1967. Gli ospedali tendono a dare informazioni sul sesso del nascituro sempre più tardi, ma su Internet e persino in molte farmacie è possibile comprare dispositivi per semplicissimi test che consentono di scoprire se si aspetta un maschio o una femmina. Ogni anno, circa 200mila aborti vengono praticati in Inghilterra e in Galles.