Sorpresa amara per i miliardari francesi in esilio verso il Belgio: i vicini fiamminghi non li stanno aspettando a braccia aperte. Bruxelles, infatti, sembra più interessata a collaborare con Parigi che non ad incassare le tasse dei vari Arnault e Depardieu. La notizia è emersa a polemica ancora calda sulla fuga dell’attore per evitare la supertassa sui ricchi voluta da François Hollande. Una scelta, peraltro, che ha riaperto la ferita ancora fresca inferta a Parigi dal primo personaggio pubblico che aveva scatenato le ire dei francesi annunciando l’esilio fiscale, Bernard Arnault, il patron del colosso del lusso Lvmh: la scorsa estate venne fuori che il miliardario aveva avviato la trafila burocratica per ottenere la nazionalità belga. E proprio su Arnault è cascato l’asino. A Bruxelles, infatti, un organismo pubblico che deve approvare la naturalizzazione del miliardario francese ha appena opposto il suo rifiuto. E intanto l’amministrazione fiscale del Belgio comincia a nutrire dubbi sulle attività di Arnault in loco, classificate come società fittizie.

In pratica, quindi, Bruxelles potrebbe a sorpresa snobbare l’uomo più ricco d’Europa e rifiutare un passaporto che tanti altri Paesi non vedrebbero l’ora di concedergli. Non solo. Le autorità belghe sono pronte a far quadrato con Parigi che sta facendo i conti con la fuga di ricchi francesi verso lidi fiscalmente più accoglienti seguita all’introduzione della nuova aliquota (75%), introdotta dal governo sui redditi annui superiori al milione di euro. Alla quale era seguita a stretto giro la risposta di Arnault, uomo d’affari abile e senza scrupoli amico di Nicolas Sarkozy. In settembre, quando era emerso che il proprietario di Lvmh, il gruppo di Louis Vuitton, aveva preso il domicilio a Uccle, sobborgo chic di Bruxelles, dove aveva acquisito una splendida proprietà, per poi richiedere la nazionalità belga, il quotidiano della sinistra radical chic Libération aveva commentato con un “Vattene, ricco coglione” in prima pagina, che aveva determinato l’immediato taglio degli investimenti pubblicitari di Lvmh sul giornale, aggravandone le difficoltà finanziarie.

Ma Bruxelles non ha intenzione di mettersi tra i due litiganti. Tanto che nei giorni scorsi l’Ufficio nazionale degli stranieri, uno dei tre organismi che deve pronunciarsi sulla richiesta di Arnault, ha opposto il suo rifiuto. La ragione (almeno quella ufficiale) è la seguente: il francese ha acquisito la sua proprietà un anno fa, mentre, secondo la legge belga, deve provare di vivere stabilmente nel Paese da almeno tre anni. Non è improbabile che le polemiche che hanno accompagnato la vicenda abbiano influenzato gli esperti dell’Office. A prendere la decisione definitiva su Monsieur Arnault sarà comunque la Commissione parlamentare delle naturalizzazioni, che si basa su tre pareri. Il primo, lo abbiamo visto, è stato negativo. Gli altri due devono giungere dalla Procura generale del Regno belga e dai servizi segreti. Ma se anche questi due saranno positivi, la Commissione non potrà procedere automaticamente alla naturalizzazione del miliardario, ma si dovrà avviare un’analisi del caso più lunga e articolata che coinvolgerà tutti i 17 deputati che ne fanno parte.

I guai di Arnault non finiscono qui. L’imprenditore ha sempre rifiutato di mettere in relazione la richiesta del passaporto belga con ragioni politiche o fiscali: l’ha invece motivata con attività importanti del suo gruppo nel Paese e la previsione di nuovi investimenti. Ma John Crombez, sottosegretario belga, responsabile della lotta alla frode fiscale, in un’intervista al quotidiano De Tijd, domenica si è detto scettico sulla realtà delle imprese controllate da Arnault e da Lvmh in Belgio. Si tratterebbe, a suo parere, di società fittizie (letterbox companies). “E se Arnault lavora nel nostro Paese con questo tipo di società, dobbiamo segnalarlo al fisco francese“, ha precisato. Come dire: il miliardario potrebbe essere perseguito per evasione.

Il 24 dicembre Lvmh ha risposto con un comunicato dove ricorda che “le attività del gruppo sono perfettamente reali e che in certi casi esistono da alcuni decenni”. Da parte sua, comunque, Crombez avrebbe già chiesto al suo ministro di riferimento, Steven Vanackere, responsabile delle Finanze, di contattare il suo omologo francese, per fare luce sulla vicenda. Vanackere, intervistato dall’agenzia France Presse, non ha voluto confermarlo, ma ha assicurato di voler procedere a una concertazione con Parigi sull’esilio fiscale di tanti francesi in direzione del Belgio.

In effetti, nei giorni scorsi, Hollande ha indicato la volontà di rivedere le convenzioni sottoscritte con alcuni Paesi, come il Belgio e la Svizzera, che consentono ai francesi di pagare interamente le tasse nel Paese di residenza all’estero, così da evitare una doppia tassazione. L’intenzione di Hollande è ora quella di rivedere la regola, introducendo anche un’imposta da parte della Francia sui redditi degli “espatriati”. Come indicato da Jerome Cahuzac, ministro del Bilancio, “queste persone non devono essere esonerate completamente degli obblighi fiscali nei confronti di un Paese, la Francia, al quale devono molto”. I belgi sono pronti a discuterne. Che Monsieur Arnault e i suoi proseliti siano avvertiti.