Compie un secolo una delle più grandi frodi scientifiche, quella dell’uomo di Piltdown: i resti fossili metà uomo e metà scimmia furono scoperti in Inghilterra nel 1912 e presentati come la prova del cosiddetto “anello mancante” che nell’evoluzione avrebbe segnato il passaggio dalle scimmie all’uomo. Un gruppo di ricercatori del Museo di Storia naturale di Londra, il cui lavoro è anticipato sulla rivista Nature, ha riaperto la caccia agli ignoti autori della truffa. Nel dicembre di 100 anni fa il paleontologo britannico Arthur Smith Woodward e l’antiquario Charles Dawson annunciarono la scoperta nelle campagne inglesi, nei pressi di Piltdown, dei resti fossili di un ominide con caratteristiche a metà tra uomo e scimmia. L’annuncio provocò grande clamore ma fin da subito vennero messe in luce alcune ‘stranezze’ che mettevano in dubbio l’autenticità dei reperti.

La nuova scoperta si inseriva in un eccitante periodo per la paleontologia, con i ritrovamenti di fossili di Homo erectus in Indonesia e poi in Germania, e sembrava rispondere perfettamente ad alcune teorie evolutive proposte in quegli anni, rivelatesi poi infondate. Lo strano ‘mix’ spinse sin dall’inizio alcuni scienziati a proporre la possibilità di uno ‘scambi0’ accidentale tra ossa di varie specie ritrovate nello stesso sito. La scoperta iniziò lentamente a svelarsi come una vera e propria bufala ma solo a distanza di 40 anni, con l’avvento di nuove tecnologie, fu possibile smascherare definitivamente la truffa, che però mostra ancora oggi alcuni lati oscuri. Per questo i ricercatori londinesi stanno rianalizzando i reperti, un cranio simile a quello dell’uomo moderno, una mandibola analoga a quella delle scimmie e alcuni denti rimodellati da abili mani.

Obiettivo dei ricercatori è quello di datarli, risalirne all’origine geografica, comprendere le tecniche usate per manipolarli e soprattutto identificare i veri responsabili, verosimilmente più persone, e le motivazioni che li spinsero a mettere in piedi la farsa. Ancora oggi non è possibile identificare i responsabili di quella che alcuni considerano la più grande truffa scientifica e che mise in grave imbarazzo l’intero mondo della paleontologia. Sul banco, virtuale, degli imputati ci sono ancora i due autori della scoperta, un loro aiutante e un parroco locale che indirizzò alcuni degli scavi.