Un campionario della campagna elettorale che è già iniziata. Berlusconi interviene a La Telefonata di Maurizio Belpietro, su Canale 5, e mostra le armi per i 60 giorni che ci separano dalle politiche. Che poi sono quelle che tutti si aspettavano: Monti cattivo, spread insignificante, lui un grande condottiero, Forza Italia ripescata fuori dal cilindro spacchettata da An. Tutto come da programma, insomma. A cominciare dall’autostima personale: “Ma neanche per sogno”, risponde Berlusconi, a chi gli chiede se il suo ritorno in scena preoccupi l’Europa. “Fin quando a rappresentare Italia ero io – dice – ero uno tra i due o tre capi di governo più autorevoli, l’unico che veniva dalla trincea del lavoro. Certo – aggiunge – mi opponevo alle richieste tedesche come quelle che hanno quasi portato la Grecia alla guerra civile”. Come a dire: io lo facevo, Monti no. 

Già, Monti. “Da quando c’è lui – dice l’ex premier – tutto è peggiorato”. “Non voglio dire che ci sono stati degli errori ma Monti ha seguito una politica troppo germanocentrica”. Il governo tecnico, sostiene, “ha portato a una crisi molto peggiore della situazione in cui ci trovavamo quando eravamo noi al governo. Con questo governo – rimarca – il Pil è diminuito di oltre il 2%. Tutti gli indicatori economici sono peggiori di quando eravamo noi al governo. Tutto è peggiorato”. Quando c’era lui invece, tutto era diverso: “Io ho detto di no quando la signora Merkel chiedeva che alla Grecia fossero imposte delle riduzioni che l’avrebbero portata, come pensavo e come poi è stato, quasi alla guerra civile. Ho detto di no quando si è parlato di Tobin Tax. Ho detto di no quando si è trattato di far calcolare alle banche i titoli del debito pubblico posseduti non al valore di rimborso ma del secondo mercato, costringendole a patrimonializzarsi di più”. Non solo. “Ho detto di no – sostiene ancora Berlusconi – quando si è parlato del Fiscal Compact e ho persino messo il veto, sospendendo il consiglio dei capi di Stato e di governo, per far presente che l’Italia non poteva assumersi una riduzione del debito di 50 miliardi all’anno, anche perché il nostro debito non era, e non è, del 125 per cento rispetto al Pil perché – torna a rilevare – il nostro Pil va calcolato sommando a quello emerso anche quello sommerso, cosa che invece l’Europa non fa”.

L’anticipo delle elezioni, poi, tanto per cominciare è dovuto alle dimissioni di Monti, e in ogni caso è risibile, perché si tratta di poco più di un mese. “Quindi, non c’è assolutamente una ragione vera per cui i mercati possano e si debbano agitare”: “Smettiamola – dice dello spread – di parlare di questo imbroglio. Di spread non si era mai sentito parlare, se ne sente parlare solo da un anno. Cosa ci importa – spiega – di quanti interessi il nostro debito pubblico paga a chi investe nei nostri titoli rispetto a quello che pagano gli investitori che investono nel debito pubblico tedesco? Siamo andati avanti da quando c’è l’euro – è la teoria esposta dall’ex premier – a pagare il 4,3 per cento, la Germania il 3,3 per cento, poi la Germania ha deciso di fare una cosa nei suoi interessi: ha ordinato a tute le sue banche di vendere tutti i titoli del Tesoro italiani che avevano nelle casse e questo fatto ha portato a 7, 8, 9 miliardi di vendite e gli altri fondi americani e internazionali hanno pensato che se la Germania vende qualcosa ci sarà sotto. Hanno venduto anche loro e gli investitori per investire nel nostro debito pubblico e quello degli altri Paesi cosiddetti ‘cicala’ hanno ritenuto di chiedere un premio per il rischio anche solo teorico per il rischio che correvano”. A distanza di qualche ora, però, è arrivata una presa di posizione che ha confutato quanto dichiarato dal Cavaliere. Una presa di posizione dal peso specifico importante, visto che arriva dal portavoce della Commissione europea, secondo cui gli spread elevati ”mettono in difficoltà le imprese ed impediscono il buon funzionamento del mercato interno”.

Sulla questione spread è intervenuto anche il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, che in un certo senso ha difeso le parole di Berlusconi. O, meglio, ha parlato di cattiva interpretazione di quanto detto dal Cavaliere. “C’è qualcuno al mondo che può pensare che lo spread non sia importante? Che i tassi di interesse non siano importanti? Che la credibilità del Paese non sia importante? Probabilmente Berlusconi non è stato bene inteso” ha detto Passera. Diversa la presa di posizione di Pier Luigi Bersani, che uscendo dalla sede del Pd ha commentato le affermazioni del Cavaliere con un laconico ”magari lo spread fosse un’invenzione…”.

Quanto a lui, il futuro politico è nel passato: “Se dovesse accadere che gli ex An dessero vita ad una loro formazione allora cadrebbe il veto per cambiare nome al Pdl, potremmo sottoporre alla nostra Direzione un altro nome, oppure mantenere questo con un simbolo diverso e cioè quello glorioso di Forza Italia usato nel 1994”. Quello sì era un bel nome. Il Pdl, invece “è un bel nome ma non viene mai usato per esteso scegliendo sempre l’acronimo che non suscita emozioni”. Sarà, intanto, per recuperare consensi, Berlusconi annuncia che questa sera vedrà il segretario della Lega Roberto Maroni per parlare di alleanze.

Resta invece il nodo delle liste. Intervenendo su Canale 5, Berlusconi ha sostenuto che solo il “10% dei parlamentari uscenti” sarà ricandidato. “Abbiamo deciso di presentare un movimento con una forte immissione di forze nuove”, accennando così al ‘dosaggio’ degli ingredienti per le prossime liste elettorali. “Stiamo decidendo che il 50 per cento dei nostri candidati deve essere preso dal mondo del lavoro, delle imprese, delle professioni”. Poi c’è “il 20 per cento che deve essere preso dagli amministratori locali che si sono comportati bene e sono stati rieletti una seconda volta, avendo dimostrato di sapere lavorare bene, avendo così conquistato la fiducia dei loro concittadini”. Poi ancora “pensiamo a un 10 per cento di nuove persone dal mondo della cultura, dell’università, dell’arte”. E da ultimo, almeno nell’ordine di esposizione nel corso dell’intervista, “pensiamo che un altro 10 per cento debba essere preso da quelli che sono i nostri attuali parlamentari”. 

Ma nel giro di mezz’ora è arrivata la marcia indietro di Palazzo Grazioli. “Appare evidente che non sarà soltanto il 10% dei parlamentari uscenti del Popolo della Libertà ad essere ricandidato. E’ bene chiarire che tutti quei deputati e senatori che provengono dalla trincea del lavoro, che hanno svolto o stanno svolgendo un’attività lavorativa, e non hanno una provenienza solo politica, saranno ricompresi in quella quota del 50% dei provenienti dal mondo del lavoro suggerita stamani dal presidente Berlusconi”.