Il Tribunale per i crimini nell’ex-Jugoslavia (confluito nel Tribunale Penale Internazionale) dell’Aja il 29 novembre ha assolto Ramush Haradinaj, ex comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) ed ex premier kosovaro, dalle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità. Assolti anche i coimputati Idriz Balaj e Lahi Brahimaj, a loro volta esponenti dell’Uck. La Corte (qui la sentenza completa) ha ordinato la scarcerazione immediata dei tre imputati e così Haradinaj può tornare in Kosovo da uomo libero. La sentenza di oggi chiude una vicenda giudiziaria che si trascinava dal 1999, quando l’intervento della Nato in supporto alla guerriglia albanese dell’Uck, costrinse le truppe di Belgrado al ritiro dalla provincia serba a maggioranza albanese. Le violenze e gli abusi sulla popolazione civile avvenuti durante il conflitto sono diventati oggetto di indagine del Tribunale dell’Aja, rispetto ai crimini commessi dai serbi e dagli albanesi.

Haradinaj, 44 anni, è stato imputato la prima volta il 4 marzo 2005, quando, ormai abbandonata la mimetica e il kalashnikov, era divenuto primo ministro del Kosovo, che godeva di una indipendenza di fatto (sotto l’egida dell’Onu) dalla fine della guerra. L’8 marzo 2005 si è dimesso, consegnandosi volontariamente al Tribunale per essere processato assieme ai coimputati Balaj e Brahimaj. Ad Haradinaj vennero attribuiti 37 capi di accusa (18 per crimini contro l’umanità, 19 per violazione delle leggi ed usanze di guerra) per crimini commessi dalle forze dall’Uck contro civili serbi nella zona di Dukagijn, dove Haradinaj era il comandante in capo. “Non è stata dimostrata l’esistenza di una ‘impresa criminale’ tra gli imputati”, ha deciso la Corte, pur ammettendo che crimini siano avvenuti. In particolare, secondo la giuria, non è stato dimostrato che Haradinaj fosse a conoscenza di quello che accadeva. La procura potrebbe presentare appello, ma non è da escludere che l’azione contro l’ex comandante Uck si fermi qui. Haradinaj, infatti, era già stato assolto assieme a Balaj (mentre Brahimaj era stato condannato a sei anni di carcere) da tutte le accuse, ma con una decisione senza precedenti – nel luglio 2010 – il Tpi aveva riaperto il processo accusando Haradinaj e il suo clan di aver intimidito testimoni chiave, sottolineando “l’incapacità del Tribunale di assicurare le deposizioni di alcuni testimoni […] a causa dell’inadeguatezza nel cogliere la gravità delle intimidazioni verso gli stessi sull’integrità del processo”.

La fine del processo rischia di far calare il silenzio anche su una vicenda meno nota, denunciata dall’ex procuratore capo del Tpi, il magistrato svizzero Carla Del Ponte. Terminato il suo mandato nel 2007, Carla Del Ponte pubblica un libro di memorie sulla sua attività al Tpi, intitolato La Caccia. Nel testo, il magistrato lancia pesanti accuse contro l’Uck in generale e Haradinaj in particolare, accusandoli di aver finanziato la guerriglia con un traffico di organi internazionale. Reni e quant’altro sarebbero stati espiantati, secondo la Del Ponte, in una casa in territorio albanese, nei pressi del confine con il Kosovo, dai corpi di prigionieri serbi. Che sarebbero in gran parte i circa 1800 desaparecidos serbi del conflitto, per i quali i parenti, riuniti in un’associazione, chiedono giustizia. Secondo la Del Ponte, sulla vicenda venne apposto un vero e proprio “muro di gomma”. Non vennero mai eseguiti gli scavi attorno alla casa (chiamata ‘casa gialle’, dal colore dei muri, da alcuni testimoni che confermavano un traffico sospetto di esseri umani durante il conflitto), mentre vennero silenziati i risultati del team di antropologi forensi da lei inviati ad analizzare la casa che sarebbe stata piena di riscontri oggettivi di quanto accaduto all’epoca.

Alle stesse conclusioni della Del Ponte, tre anni dopo, era giunta una commissione d’inchiesta del Consiglio d’Europa, guidata dal senatore svizzero Dick Marty, che nel dicembre 2010 conferma i sospetti sui miliziani dell’Uck che avrebbero agito nella zona sotto il comando di Haradinaj. Anche le richieste della commissione Marty sono rimaste lettera morta. Questo, secondo la Del Ponte, è avvenuto perché l’opinione pubblica (Italia compresa) era stata spinta ad accettare l’intervento armato in Kosovo per motivi umanitari e i crimini dell’Uck non sarebbero stati facilmente giustificabili. Ancor più nel caso di un crimine orrendo, come l’espianto di organi. Haradinaj, inoltre, come l’ex premier Hashim Tachi, anche lui sotto processo ed ex comandante dell’Uck, secondo la Del Ponte, erano stati scelti dalla Nato come i futuri leader capaci di tenere assieme le varie fazioni dell’Uck dopo la guerra. La conversione da comandanti militari a leader politici doveva avvenire senza problemi. Con l’assoluzione di oggi queste zone d’ombra rischiano di restare tali per sempre, mentre gli ambienti nazionalisti di Belgrado già gridano all’ingiustizia, mentre in Kosovo la gente si riversa nelle strade di Pristina per festeggiare il ritorno di quelli che per gli albanesi kosovari sono eroi di guerra.