I rappresentanti delle istituzioni locali, la stampa e le televisioni, le parti sociali e anche qualche agente di polizia ‘infiltrato’: è un sistema onnicomprensivo e bipartisan quello creato dall’Ilva per ricevere un trattamento di favore da parte di chi dovrebbe vigilare, ognuno secondo il proprio ruolo, sull’inquinamento che ammorba Taranto. Un “sistema gelatinoso“, basato sul “do ut des”: così lo descrive nella sua ordinanza il gip Patrizia Todisco, secondo cui a curare questo ‘ramo’ degli interessi aziendali c’era un solo uomo al comando: Girolamo Archinà, l’ex responsabile per i rapporti istituzionali.

Rapporti che coinvolgevano tutta la politica locale, nessuno escluso: si va dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefano (Sel), al presidente della Provincia, Gianni Florido (Pd), per proseguire con parlamentari e consiglieri regionali di ogni colore. Ci sono l’onorevole Ludovico Vico e il consigliere regionale Donato Pentassuglia (entrambi Pd) e il defunto onorevole Pietro Franzoso (Pdl). Nelle informative degli investigatori, c’è anche un riferimento all’ex deputato e attuale consigliere regionale Pdl Pietro Lospinuso e spunta persino l’ex sindaco ed ex deputato Giancarlo Cito, che avrebbe tentato – secondo l’Ilva – una pressione indiretta per non parlare male dell’azienda in un convegno sulla diossina. E quando qualcuno, come l’onorevole Della Seta (Pd), cerca di far inserire norme più restrittive sulle emissioni di benzo(a)pirene, c’è il patron Emilio Riva che scrive al segretario dello stesso partito, Pier Luigi Bersani (lettera che non si sa se sia mai partita e trovata nella casella di posta elettronica di Archinà), spiegando le sue ragioni per far tornare indietro Della Seta. Non mancano i funzionari regionali, come Alessandro Antonicelli e Piefrancesco Palmisano (assessorato Ambiente), che l’Ilva avrebbe usato come riferimento per ‘raggiungere’ il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Anche il leader di Sel è ampiamente citato nell’ordinanza della Todisco, secondo cui il governatore è stato il “regista” delle pressioni sull’Arpa e in particolare contro il direttore Giorgio Assennato.

I legami creati da Archinà per il gip sono “abilmente e utilmente intessuti al fine di condizionare pesantemente, orientandone l’azione a proprio favore, le agenzie e gli organismi chiamati ad esercitare, a vario titolo e per il proprio ruolo, funzioni di controllo critico nei confronti di una realtà industriale dal fortissimo e notorio impatto inquinante sul territorio”. Centrale anche il coinvolgimento delle testate giornalistiche locali, di carta stampata e televisive, che sarebbero stati utilizzati per far passare messaggi fuorvianti o aprire fronti di guerra nei confronti di chi, come il direttore dell’Arpa Puglia, non risultava gradito all’azienda. Neppure le forze di polizia vengono risparmiate in questa ragnatela. C’è un ispettore della Digos di Taranto che avrebbe fornito informazioni a catena ad Archinà su manifestazioni sindacali o ambientaliste contro l’Ilva, riferendo al dirigente persino del contenuto di un incontro in questura che il procuratore Franco Sebastio aveva avuto proprio con Assennato per disporre una relazione sulle emissioni di benzo(a)pirene perché la Procura ipotizzava il reato di disastro ambientale e voleva individuarne i responsabili.