Tradotto in 22 lingue, dal giapponese al russo, passando per l’israeliano, Acciaio si avvia ad essere un caso letterario che ha bruciato in due anni ogni possibile tappa. Perché il libro scritto da Silvia Avallone nel 2010, in nemmeno dodici mesi è diventato anche un film. Pellicola che giovedì 15 novembre verrà proiettata al cinema Lumiere per una speciale anteprima bolognese.

“Prima ancora che il libro uscisse, quando ancora era in bozze dall’editore, il regista Stefano Mordini ha cominciato a scrivere l’adattamento per il grande schermo”, racconta la Avallone al fattoquotidiano.it , “poi grazie a Carlo Degli Esposti che ha creduto subito nella storia, la produzione è andata avanti e ora siamo arrivati all’uscita in sala”.

Dopo l’accoglienza alle Giornate degli Autori di Venezia, il film di Mordini, prodotto da Palomar e Rai Cinema, distribuito da Bolero, andrà alla ricerca di un vasto consenso di pubblico, forte di uno zoccolo duro che ha fatto salire il libro della Avallone in cime alle classifiche di vendita con cinque ristampe e quasi 40 mila copie.

E caso raro tra i tanti scambi lettarari/cinematografici, l’autrice del romanzo difende a spada tratta l’adattamento e la relativa resa su schermo dello script  (al quale la Avallone ha comunque collaborato): “Me lo immaginavo così mentre lo scrivevo, con questi movimenti di macchina con questi campi lunghi e poi Stefano ha avuto subito a cuore le due ragazze protagoniste e l’ambiente industriale dal quale provengono e che le circondano”. “Evidentemente venendo da Ravenna, città industriale anch’essa”, – continua-, “ha vissuto fin da bambino questo tipo di esperienza e aveva sete di conoscere quella di Piombino dov’è ambientato il mio romanzo”.

In una calda Piombino del 2001, in Acciaio scopriamo la storia della profonda amicizia tra Francesca e Anna, due ragazzine di tredici anni che diventano donne in una provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte e ragazzi che sognano la fuga. Sullo sfondo i casermoni di una fantomatica via Stalingrado dove vivono le famiglie degli operai della Lucchini con i suoi monumentali e tragici altiforni. Dentro alla fabbrica c’è anche Alessio, il bel fratello di Anna, che si ostina a credere al valore del lavoro operaio. “A Piombino l’incertezza che ruota attorno al mondo delle fabbriche e del futuro degli operai si sta facendo sempre più tragico. I grandi colossi stranieri vendono e rivendono le aziende creando una crisi sempre più grave”.

Il film di Mordini è però ambientato nella Piombino del 2011, dieci anni dopo l’epoca del romanzo: “il film va comunque a chiudere una fase, quella di un clima di rabbia e frustrazione nascente, ma anche di un’energia che oggi nelle lotte operaie è andata ad esaurirsi. Nel 2001 Alessio votava per Forza Italia, per lui Berlusconi era un figo, ma allo stesso tempo era iscritto alla Fiom e conosceva bene i diritti dei lavoratori: era un disorientato politico ma aveva un’identità operaia. Oggi, invece, vediamo gli operai sfiduciati che per mantenere il lavoro si ritrovano a lottare da soli per tenere aperta una fabbrica e difendere, paradossalmente, degli errori e delle responsabilità nel campo industriale che non sono loro”.

Silvia Avallone, pur essendo nata a Biella nel 1984, vive e lavora da un decennio a Bologna, dove quest’anno si è laureata in Lettere e Filosofia, tanto che ogni fonte biografica l’ha fatta diventare una bolognese d’adozione: “I bolognesi veri, nati qui, pontificano sempre di un passato glorioso che ora non c’è più, ma io non la vedo così, anzi per me Bologna è gloriosa ancora oggi. E poi io la adoro perché ti accoglie come fosse un porto, un crocevia di culture, bella con quei suoi infiniti portici dove posso passeggiare rigenerandomi con una cura cromatica per gli occhi e per l’anima”.

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