Nella serata di martedì, poco dopo il discorso della vittoria al McCormick Center di Chicago, Barack Obama ha chiamato alcuni leader del Congresso. Democratici e repubblicani. Voleva mettere a punto un’agenda di incontri per i prossimi giorni. I repubblicani non hanno risposto, “perché dormivano già”. L’aneddoto è stato raccontato da un collaboratore di Obama e descrive la situazione che il presidente si troverà a gestire nelle prossime settimane. Un’opposizione dura, intransigente, spietata del partito repubblicano e dei poteri finanziari e industriali più forti negli Stati Uniti.

L’agenda del presidente per i prossimi mesi è tutt’altro che stabilita e soffrirà, con ogni probabilità, delle stesse divisioni e brutali opposizioni sperimentate in campagna elettorale. “Nessuna collaborazione con Obama, nel caso vincesse”, aveva detto l’altro ieri lo speaker della Camera, John Boehner. “Gli elettori non hanno appoggiato i fallimenti e gli eccessi del primo mandato del presidente”, ha spiegato Mitch McConnell, leader repubblicano del Senato. Quello che, quattro anni fa, aveva raccontato che “l’obiettivo centrale di noi repubblicani sarà di rendere Obama presidente da un solo mandato”.

Negativa anche la reazione dei mercati. Il Dow Jones ha scambiato sotto quota 13 mila punti, per la prima volta da settembre. I titoli di Stato americani hanno mostrato un andamento in deciso rialzo, con rendimenti all’1,62%, tipici di un momento di relativa insicurezza, in cui ci si rivolge a forme di investimento più tranquille e definite. Il mondo finanziario americano, e buona parte di quello industriale, aveva del resto scommesso su Romney. SuperPAC come Restore Our Future, Crossroads, Americans for Prosperity, espressione dell’èlite economica americana, avevano fatto affluire centinaia di milioni di dollari nella campagna repubblicana. Decine e decine di milionari – i Koch Brothers, Sheldon Adelson, Paul Singer – hanno per mesi staccato assegni e si sono sentiti dire, per esempio da Karl Rove, che la vittoria repubblicana era certa.

“In giro a questo punto ci sono molti miliardari incazzati, che cercano un rimborso alle proprie elargizioni”, ha detto divertito David Axelrod, uno degli strateghi di Obama, subito dopo la vittoria del presidente. Impossibile che il ‘rimborso’ ci sia. Ma mercati, investitori, imprenditori guardano a questo punto con preoccupazione ai prossimi mesi. Il primo ostacolo sarà, a fine anno, il cosiddetto “fiscal cliff“. Il 31 dicembre, se non ci sarà un accordo tra Obama, i democratici e la maggioranza repubblicana della Camera, entreranno in vigore tagli draconiani alla spesa, soprattutto a quella sanitaria e militare, oltre a aumenti consistenti delle imposte. In scadenza una serie di incentivi fiscali per le imprese, i tagli alle tasse per i più ricchi e il taglio del 2% alla payroll tax.

Le possibilità che si arrivi a un accordo, viste le premesse, sono molto basse. Probabile, anzi, che si ripresenti la stessa situazione di tensione e scontro implacabile che si realizzò l’estate scorsa, ai tempi dell’innalzamento del debito. Proprio l’incertezza sull’esito delle trattative tra democratici e repubblicani è quello che nutre la diffidenza dei mercati. “Non c’è chiarezza sul se, come e quando il Congresso si occuperà delle colossali restrizioni in termini di politica fiscale alla fine dell’anno”, hanno scritto in una nota gli analisti di Capital Economics.

A nutrire le preoccupazioni del grande capitale USA è poi la percezione che la politica fiscale e regolatoria di Obama possa danneggiare i propri profitti. Obama propone 1500 miliardi in nuove entrate fiscali nel prossimo decennio, da realizzare eliminando una serie di deduzioni e privilegi e alzando sino al 39,6% le tasse dei più ricchi. Harry Reid, leader democratico del Senato, ha nelle scorse ore lanciato un appello ai repubblicani per lavorare insieme. Ma ha anche fatto capire di essere pronto allo scontro: “Voglio lavorare insieme ai repubblicani. Ma voglio anche che tutti capiscano che non ci faremo prendere in giro”.

Il voto di martedì è stato del resto ampiamente interpretato dai democratici come un appoggio a politiche che prevedano un ruolo attivo del governo federale in economia e nella creazione di posti di lavoro. Il voto di interi settori del Midwest beneficiati dal salvataggio governativo all’industria dell’automobile ha – secondo molti nel partito democratico – proprio questo senso. Obama nel discorso della vittoria a Chicago ha espressamente citato un’agenda di cose da fare nei prossimi mesi, e ha posto “deficit e tasse in cima a questa agenda”. Le prossime ore diranno quante possibilità di accordo ci sono. Le prime scaramucce non sembrano promettere bene.

L’altro settore in cui Obama ha chiesto al Congresso di lavorare, nei prossimi mesi, è quello dell’immigrazione. “Abbiamo bisogno di una comprensiva riforma dell’immigrazione”, ha detto. L’appello è parso ovvio, visto il sostegno straordinariamente appassionato offerto al presidente dagli ispanici in tanti Stati contesi: Nevada, Colorado, Virginia. L’approccio di Obama alle questioni relative all’immigrazione, culminato nell’opposizione alla legge dell’Arizona e nella decisione di non deportare i giovani immigrati che vivono e studiano negli USA, ha creato un legame che durerà probabilmente per generazioni.

Molti sondaggi degli ultimi mesi sono stati confermati. Più del 70% degli ispanici ha votato per Obama. Molti di questi sono giovani sotto i trent’anni. La politica violentemente restrittiva esposta in questi mesi dai repubblicani – con Mitt Romney che a un certo punto si era detto anche favorevole alla cosiddetta ‘autodeportazione’ – non ha pagato. Sono sempre di più a questo punto le voci nel partito repubblicano – Marco Rubio, Susana Martinez, Jeb Bush – che chiedono una strategia più inclusiva nei confronti delle minoranze. “Ci vuole un movimento conservatore che sappia dialogare con gli immigrati”, ha detto Rubio, facendo trapelare la possibilità – l’incubo – che un partito repubblicano fatto di anziani e bianchi si condanni a perdere per molti anni a venire. Proprio la necessità di recuperare fasce sociali, culturali, demografiche essenziali potrebbe portare i repubblicani a un tono più morbido, e a un accordo con i democratici, sul tema di una riforma dell’immigrazione.