I membri della vecchia commissione Grandi Rischi come Galileo Galilei. Un paragone usato dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e ripreso oggi dal ministro Corrado Clini, che davanti alla commissione Ambiente della Camera ha espresso un giudizio a dir poco critico sulla condanna in primo grado per i membri della commissione Grandi rischi sul terremoto de L’Aquila. “Hanno ragione quelli che dicono che l’unico precedente a questa sentenza è quello di Galileo Galilei” ha detto Clini, secondo cui “in questa vicenda la commissione è oggetto di condanna perché è stato attribuito a una valutazione scientifica un valore ordinativo. E’ assurdo”. Per questo motivo il ministro ha spiegato “di non dover accettare le dimissioni di De Bernardinis”.

Corrado Clini, però, evidentemente non ha letto le carte dell’inchiesta. Dove viene rappresentata una realtà ben diversa da quella prospettata dal ministro. Particolarmente significativa, in tal senso, la memoria del pm dell’Aquila Fabio Picuti. Un documento – depositato il 13 luglio 2010 e quindi ben noto – in cui viene spiegato chiaramente il ragionamento degli inquirenti. Che scrivono testualmente: “L’intento non è quello di muovere agli imputati un giudizio di rimprovero per non aver previsto la scossa distruttiva del 6 aprile 2009 o per non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti o per non aver ordinato l’evacuazione della città”. Il motivo? “La scienza non dispone attualmente di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti”. Di quali colpe, quindi, si sono macchiati i tecnici difesi a spada tratta da Clini? Dell’esigenza tutta politica di “rassicurare” gli abitanti del capoluogo abruzzese, allarmati da una lunga sequenza di scosse e dai primi danneggiamenti di edifici, a partire da una scuola.  

Un dato di fatto che emerge dall’ormai nota intercettazione telefonica in cui Guido Bertolaso definisce ‘operazione mediatica’ la riunione che precede di sette giorni la riunione incriminata; nonché una realtà confermata dalle testimonianze della popolazione aquilana (anche queste agli atti), che si era sentita rassicurata dalle conclusioni a cui era giunto il focus group tecnico (il cui senso era uno solo: non ci sarebbe stata nessuna forte scossa). Tanto rassicurata da decidere di non abbandonare le proprie case. Parole  (e documenti) che Clini non ha affatto considerato.

Augurandosi che la sentenza “venga ribaltata in appello”, infatti, il ministro ha precisato che “non si tratta di una polemica nei confronti della magistratura” ma che esiste un pericolo concreto di vedere condannate tutte le previsioni avanzate da parte degli scienziati. “Interpreto questa sentenza come stimolo all’amministrazione e non per scaricarla” ha osservato ancora il ministro, il quale tuttavia ha detto di temere “che la magistratura abbia fotografato una situazione di incertezza, ed è per questo che credo che la sentenza vada interpretata con una presa di responsabilità da parte delle istituzioni”.

“Il governo deve assolutamente respingere le dimissioni della commissione Grandi rischi – osserva Clini – Non spetta agli scienziati decidere ma, in libertà ed autonomia fornire un quadro, dare un range dell’incertezza e del dubbio”. Anzi, ha proseguito,”dobbiamo continuare a dare fiducia a questi esperti ed è necessario che le strutture sul territorio abbiano il massimo sostegno. Non è che abbiamo un altro sistema” di Protezione civile; e “questo sistema va rinforzato tutelando la sua autonomia”.

Un commento, quello di Clini, che segue altri dello stesso identico tono e contenuto, pur se pronunciati da figure politiche e istituzionali ben meno importanti del ministro dell’Ambiente. In tal senso, da registrare la presa di posizione del primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, secondo cui “i commenti sulla sentenza del Tribunale dell’Aquila, che ha condannato i componenti della Commissione grandi rischi per il terremoto, prima di conoscerne le motivazioni sono incivili”. Per Lupo, del resto, “in base alla Costituzione tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati. Questa è una garanzia ed è un fatto di civiltà importantissimo al quale il paese si mostra inadeguato se si pretende di giudicare le sentenze prima che le motivazioni siano note”. Le parole di Lupo, guarda caso, sono state pronunciate prima dell’intervento di Clini alla Camera. Ma evidentemente il ministro non aveva avuto modo di leggerle.