Il presidente è “tranquillo e pieno di energia”. Così Jennifer Psaki, portavoce della campagna di Barack Obama, descrive l’umore del candidato alla vigilia del secondo dibattito presidenziale. Obama ha trascorso gli ultimi tre giorni in un resort di Williamsburg, Virginia. Ha lasciato la sua stanza una sola volta, per portare le pizze ai volontari di un suo ufficio elettorale poco lontano. Per il resto, ha passato il tempo a studiare e provare. Attorno a lui, i collaboratori più fidati: David Axelrod, David Plouffe, Anita Dunn. Il senatore John Kerry è lo sparring partner e fa la parte di Mitt Romney nei dibattiti simulati. Ben Rhodes e Marie Harf, ex-portavoce della Cia, lo istruiscono sui temi internazionali. Nonostante l’ottimismo esibito, tutti sanno una cosa: stasera Obama si gioca molte delle possibilità di tornare alla Casa Bianca. Moderato dalla giornalista di Cnn Candy Crowley, il secondo dibattito presidenziale si svolge a Hofstra University, un college privato di Long Island, e ha il formato del town hall meeting: una serie di elettori ancora “indecisi”, selezionati da Gallup, porranno direttamente le loro domande ai candidati, che avranno due minuti per rispondere. Improbabile che tra Romney e Obama si scateni la ridda di accuse e battute al vetriolo cui si è assistito nel confronto tra Joe Biden e Paul Ryan.

“I candidati dovranno rispondere alle domande degli elettori, non attaccarsi. Un atteggiamento aggressivo sarebbe considerato maleducato”, spiegano molti esperti di dibattiti. Un tocco di suspence e conflittualità potrebbe essere offerto dalla combattiva Crowley, che ha promesso che non farà “la mosca sul muro” e che incalzerà i candidati. Il problema di Obama, stasera, è del resto proprio questo: come attaccare Romney, come far risaltare tutte le sue contraddizioni e mancate o parziali rispose su tasse, sanità, lavoro, senza apparire protervo e “poco presidenziale”. Il dibattito a Hofstra University arriva del resto in un momento particolare della campagna democratica. L’ultimo sondaggio Abc News/Washington Post mostra Obama avanti di tre punti sul rivale repubblicano (49% contro 46%). I dati sull’early voting sono stati un’ulteriore boccata d’ossigeno per i democratici: tra gli americani che hanno già votato, Obama ha il 59% dei consensi, Romney il 31%. Anche nei battleground states il presidente mantiene un vantaggio lieve ma significativo. Gli esperti calcolano che, per vincere, Romney dovrebbe conquistare tutti e tre i battleground states più importanti: Florida, Ohio e Virginia. Un’impresa che, al momento, appare impossibile. “La battaglia è all’ultimo voto, ma siamo comunque fiduciosi”, spiega la portavoce del team Obama.

Eppure è chiaro a tutti che la sfida nelle ultime due settimane ha subito un sostanziale rimescolamento. La possibilità che Romney ce la faccia non è più fantascienza. L’ex-governatore mostra una lenta ma continua ascesa nei sondaggi e appare ora favorito in Florida e Colorado. Ispanici e donne, due gruppi che sino a qualche giorno fa erano solidamente nel campo democratico, mostrano ora qualche cedimento verso i repubblicani. Romney cresce anche negli indici di popolarità e, nel mese di settembre, ha raccolto 170 milioni di finanziamenti elettorali che gli serviranno per scatenare la tempesta finale di spot elettorali nelle ore immediatamente precedenti il 6 novembre. “La cosa più importante che Obama deve mostrare nel secondo dibattito è il desiderio di essere lì”, dice Alan Schroeder, professore di giornalismo alla Northeastern University. In effetti, per contrastare l’ascesa del rivale, Obama ha bisogno stasera di esibire quella passione, entusiasmo, decisione, voglia di farcela che sono mancati durante il primo e per lui disastroso confronto. Ma il suo compito è, se possibile, ancora più difficile.

Obama deve smascherare il repentino spostamento al centro di Romney su tasse, diritti delle donne, sanità, educazione, regolamentazione di Wall Street. Obama deve soprattutto uscire dalla dinamica difensiva che ha caratterizzato sinora la campagna democratica. Per mesi il team Obama ha cercato di screditare Romney attraverso una pubblicità televisiva e mediatica martellante. Bain Capital, tasse, macchine di lusso della moglie e persino il cane trasportato sul tetto dell’auto sono finiti nel mirino dei democratici. Romney è però riuscito a staccarsi di dosso la valanga di pubblicità negativa e Obama e i suoi si sono ritrovati senza un messaggio chiaro e convincente. “Vorrei che il mio presidente ci dicesse cosa vuole per i prossimi quattro anni, che ci facesse immaginare un futuro”, diceva qualche giorno fa David Miller, un militante democratico che abbiamo incontrato a un comizio a Leesburg, Virginia.

Un banco di prova importante per Obama, stasera, sarà anche la politica estera. Il dibattito prevede di dare largo spazio alle questioni internazionali, ed è prevedibile che Romney vada all’attacco su gestione delle “primavere arabe”, nucleare iraniano ma soprattutto crisi in Libia. Da giorni la campagna repubblicana accusa l’amministrazione Obama di aver nascosto la verità sull’attacco all’ufficio consolare di Bengasi, che ha portato alla morte dell’ambasciatore Stevens e di altri tre americani. Obama e i suoi, insinuano i repubblicani, avrebbero sottostimato la minaccia agli interessi americani in Libia e, dopo l’attacco, avrebbero cercato di attribuire gli incidenti a una spontanea manifestazione di protesta contro il film su Maometto. Obama e i suoi hanno sempre negato di essere stati a conoscenza di concreti rischi per Stevens e le ambasciate. Un aiuto importante a Obama è venuto nelle ultime ore dal segretario di stato Hillary Clinton, che ha rivendicato a sé la totale responsabilità della vicenda. “La sicurezza delle ambasciate spetta al Dipartimento di Stato”, ha detto la Clinton, che ha escluso che Obama o Biden fossero a conoscenza di qualsivoglia minaccia. E’ comunque certo che la polemica salterà di nuovo fuori stasera e che Romney la userà per mettere in dubbio le doti di commander-in-chief di Obama.