Nonostante la forte opposizione messa in campo dai piccoli azionisti, la linea di Alessandro Profumo è passata senza grossi problemi. L’assemblea straordinaria dei soci di Mps ha così votato quasi all’unanimità l’aumento di capitale da 1 miliardo di euro (con l’esclusione del diritto di opzione) e alcuni modifiche statutarie che assegnano maggiori poteri al consiglio di amministrazione e al presidente Profumo. “Non conosciamo assolutamente e non abbiamo la benché minima idea di chi potrà sottoscrivere l’aumento di capitale da un miliardo di euro”, ha detto Profumo in assemblea.

Tanta sicurezza suona strana in bocca a qualsiasi manager ma soprattutto a Profumo, che fu cacciato da Unicredit per aver fatto salire i libici nell’azionariato di Unicredit all’insaputa degli altri grandi soci. L’assemblea è stata però anche l’occasione per un resa dei conti su altre spinose questioni ma l’ex numero uno di Unicredit e l’amministratore delegato, Fabrizio Viola, hanno avuto buon gioco, forti dell’appoggio che hanno ottenuto dalla Fondazione Mps (primo azionsita con una quota del 37,56%).

Viola, che ha tra le altre cose annunciato un taglio delle sponsorizzazioni, non ha voluto rispondere in merito all’ispezione Consob in corso, adducendo il motivo che le indagini non si sono ancora concluse. Peccato, però, che l’accusa sia particolarmente grave visto che riguarda le modalità di vendita di prodotti finanziari al pubblico. Sull’indagine di Bankitalia (questa sì già conclusa) si è limitato a dire che il consiglio di amministrazione ha elaborato una risposta alle contestazioni in merito all’accusa di ostacolo all’attività di vigilanza.

Riguardo invece all’indagine (questa volta della magistratura ordinaria) sull’onerosissima acquisizione di Antonveneta, Profumo ha detto: “Se dall’inchiesta in corso sull’acquizione di banca Antoveneta emergessero dei rilievi sulla passata gestione, Banca Mps non esclude un’azione di responsabilità”. Peccato però che poche settimane fa avesse dichiarato che la banca senese fosse in difficoltà non per la sconsiderata acquisizione di Antonveneta (9 miliardi di euro pagati dall’allora ad Giuseppe Mussari al Santander) ma per la forte esposizione verso i Btp. Come se lo stato italiano fosse la causa dei mali di Mps e non il salvatore (con i Monti e Tremonti bond) di un istituto che è finito sotto indagine di tutte le autorità possibili.

Alla vigilia della più che probabile nazionalizzazione, il presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini, è poi intervenuto in assemblea per parlare di segnali positivi in arrivo sul fronte gestionale: “E’ da apprezzare il recente ritorno alla emissione sul mercato di strumenti di finanziamento in grado di contribuire al conseguimento dell’equilibrio strutturale della liquidità, per i quali comunque in futuro è da auspicare la ricerca di condizioni economiche sempre più favorevoli”. Mancini ha poi annunciato che la Fondazione “vigilerà affinché tutti gli obiettivi del piano vengano raggiunti nei tempi indicati, se non in anticipo, al fine di poter garantire ed assicurare quel cambio di passo, richiesto dagli azionisti e necessario per incrementare il valore economico della Banca, che auspichiamo si rifletta al più presto anche nel prezzo di mercato”.

Del resto solo così la Fondazione, che ha disperato bisogno di mezzi freschi, potrà proseguire nella sua dismissione della quota nella banca, dopo aver di recente venduto l’1,41% per 41,5 milioni. Mancini ha infine espresso apprezzamento per “il lavoro di ristrutturazione organizzativa fino ad oggi intrapreso, basato anche su scelte dolorose e coraggiose”. Il riferimento è ai 1600 esuberi previsti dal piano industriale della banca, il cui numero potrebbe però salire fino a 2360 secondo i sindacati.

La reazione di questi ultimi non si è fatta attendere. ”O Mps torna, subito, nell’alveo delle relazioni sindacali di sistema o si aprirà una fase ad altissimo rischio di crisi e di implosione del sistema di regole che ha consentito al sistema bancario italiano, unico in Italia ed in Europa, di praticare da un ventennio la sintesi di governo vincente tra vincoli competitivi e coesione sociale – ha detto il segretario generale della Fiba Cisl Giuseppe Gallo, che si è chiesto se sia conciliabile “da un lato, il mantenimento in Abi dell’impostazione concertativa vincente e, dall’altro, la sua abrogazione al Mps, nel terzo gruppo bancario italiano e già presieduto dall’attuale presidente dell’Abi”.